>Tg5, Wikipedia e la credibilità

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Qualche giorno fa il Tg5 ha proposto un servizio – anzi un attacco – nei confronti di Wikipedia, dove si cerca di salvaguardare l’operato dei redattori di enciclopedie cartacee, come la Treccani citata ad esempio, screditando il fenomeno Wikipedia. La rete si è subito movimentata, lanciandosi a difesa dell’enciclopedia on-line. Di rilievo è questo articolo di Marasco, che replica punto per punto alle tesi del Tg.

Naturalmente, il confronto è del tutto inappropriato. Wikipedia è uno strumento di collaborazione 2.0, completamente autogenerato e autofiltrato dagli utenti, e soprattutto, gratuito. La Treccani è un’enciclopedia redatta dal lavoro di scienziati e professori, con alle spalle un’istituto storico e soci di particolare rilievo, dal costo al cliente finale di migliaia di euro. Il business della Treccani si basa su strategie commerciali “classiche”, ha reti di vendita nazionali e specifiche politiche di prodotto (divisione in linee, rate per i pagamenti ecc.). Dunque, è per sua natura “profit-oriented”. Wikipedia ha alle spalle un’organizzazione no-profit (la WMF) che si basa sulle donazioni degli internauti di tutto il mondo, con finalità interamente filantropiche.

Insomma, nonostante il Tg5 le metta a paragone, vi sono differenze sostanziali di fondo. La vision della Wikimedia Foundation esprime bene la filosofia alla base dell’enciclopedia collettiva, costruita ogni giorno da milioni persone: “Immagina un mondo in cui ogni persona possa avere libero accesso all’intero patrimonio della conoscenza umana“. Gli scopi delle enciclopedie da scaffale, sebbene divulghino conoscenza, sono per natura orientate al sapere scientifico, all’esattezza, per finalità di educazione e ricerca. Sebbene, in ogni caso Wikipedia si sforzi per massimizzare la qualità e la correttezza delle informazioni (vi sono 16 tipi di utenti diversi tra amministratori, ricercatori, revisori ecc.) è la natura stessa dell’opera, collettiva e condivisa, che rende maggiore il rischio di imprecisioni. Come dice Marasco, “Wikipedia è lo specchio di una nuova cultura, alimentata dal web, dove il consumatore è anche produttore”. Il prodotto finale risulta quindi imperfetto, incompiuto. E chiunque abbia fatto un minimo di ricerca (anche solo scrivere la tesi di laurea), invece, sa quanto il sistema di riferimenti bibliografici debba essere preciso, quasi puntiglioso. E sa che citare Wikipedia è sempre “malvisto”, spesso sconsigliato, nella ricerca accademica. Proprio perchè può contenere imprecisioni.

Poi, ci sono grandi differenze sul target di utenti e sulle occasioni d’uso. Gli esperti di settore alla ricerca di dettagliate informazioni tecniche nel campo scientifico non possono fare completo affidamento su Wikipedia, che potrebbe avere margini di errore e informazioni incomplete. L’utente medio che cerca una “delucidazione” veloce, semplice e generica, andrà a consultare Wikipedia, che offre anche i link alle fonti e collegamenti a ricerche affiliate. Eppoi, un conto è accedere a un sito web (si può fare da lavoro, dall’università, da ogni dove con smartphone e tablet), un altro aprire un volume Treccani (bisogna essere a casa, o in un ambiente tranquillo, avere una scrivania). Ecco l’altro aspetto che rende il paragone del Tg5 assolutamente fuori luogo.

Insomma, il sospetto è il solito, quello che vede i media difendere gli interessi di parte e fare il favore a qualche politico o grande industriale (probabilmente qualche socio dello stesso istituto Treccani), ma di certo non quello di esprimere “preoccuapazioni sul futuro della cultura”.

Stavolta, però, hanno esagerato e di sicuro il servizio avrà fatto sorridere molti, non solo il mondo della rete. Confermando che i Tg più “autorevoli” sono spesso al servizio del potere. Non mi stupisco, dunque, se la credibilità televisiva continua a calare, così come la fiducia nei principali Tg italiani.

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>I casi Sarah e Yara: marketing dell’orrore in Tv

gennaio 10, 2011 1 commento

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Passando a tematiche di attualità, riprendo alcune riflessioni fatte poco tempo fa sul cosiddetto marketing dell’orrore: il caso della povera Sarah Scazzi, sebbene prossimo alla risoluzione, ha monopolizzato i contenuti televisivi per quasi sei mesi, mentre purtroppo, è salito alla ribalta il “caso Yara”, altra ragazzina scomparsa in condizioni misteriose.

I due casi, seppur simili nella dinamica, presentano forti differenze in termini di come i media hanno trattato la vicenda e di come vi hanno speculato sopra. Il caso Yara (i cui esiti non sono ancora noti purtroppo), sebbene sia costantemente presente nelle cronache della stampa e della tv, non ha avuto il “furore mediatico” che si è abbattuto sulle vicende di Avetrana. Questo principalmente per due motivi:

In parte, perchè le piste non hanno ancora condotto da nessuna parte e moventi e i personaggi coinvolti sono ancora incogniti. Nel caso Scazzi, dopo un primo periodo di ricerche era emersa la confessione (poi confutata) dello zio Michele Misseri, che aveva gettato un’ombra macabra e perversa sull’intera vicenda. Poi le carte in tavola si sono mescolate, ed è comparsa la figura di Sabrina, probabile mente dell’omicidio e tremenda manipolatrice. Anche i moventi hanno agevolato la trattazione mediatica: la figura di Ivano, il misterioso ragazzo conteso, ha dato un tocco di “romanza rosa” alla vicenda e rappresentato terreno fertile per i contenuti televisivi.     

Poi, per il comportamento degli stessi protagonisti delle vicende, che nel caso Yara sono rimasti (a mio parere in modo incomiabile) chiusi nel loro dolore, schivando giornalisti e interviste e cercando di fare meno clamore possibile. Ad Avetrana, al contrario, la famiglia Scazzi ha subito cercato di sfruttare la malsana popolarità, aprendo le porte di casa alle televisioni, ai giornali, ai magazine scandalistici. In diretta dall’abitazione Scazzi, un’assassina non ancora uscita si lasciava tranquillamente intervistare, salvo poi, una volta accusata, ricacciare violentemente i cronisti affamati di notizie all’uscio di casa. Scene obiettivamente ripugnanti, ma che hanno saputo tenere viva l’attenzione del vasto pubblico per mesi interi.

Rai e Mediaset (seppur con differenze di “taglio”) hanno saputo sfruttare benissimo le dinamiche del caso per costruire interi programmi che facessero sembrare i casi ancora più “stuzzicanti” agli occhi degli spettatori, aggiungendo dettagli inutili e ipotesi al limite del credibile. Da Barbara D’Urso a Massimo Giletti, da Matrixa Porta a Porta, tutti hanno speculato sulla vicenda, con il solito falso buonismo tipico di una certa tv (trash), ma in realtà puntando solo a fare audience e, quindi, ricavi pubblicitari.

E’ possibile quindi individuare alcune caratteristiche tipo delle vicende “nere” sui quali i media riescono a costruire delle trasmissioni che seguono la logica del reality, teatrale e macabra al tempo stesso, e che innescano morbosi meccanismi di condivisione nei social network:
– la trama dell’accaduto deve suscitare l’interesse generale: omicidi efferati, tragedie familiari, situazioni al limite dell’ambiguo rappresentano la struttura alla base della speculazione mediatica;
– lo sviluppo delle vicende: le scoperte che si susseguono come in una serie a puntate, i colpi di scena, le novità improvvise, testimoni che spuntano come in un thriller di fantasia, riempono di contenuti le trasmissioni quotidiane;
– i personaggi: le vicende passate, le storie personali, le testimonianze di terzi, i profili psicologici fuori dal comune, fanno da contorno e generano “buzz” in rete come nelle conversazioni reali.

Pensiamo anche a casi recenti, ancora irrisolti, come l’omicidio di Garlasco, il delitto di Cogne, l’assassinio di Meredith: queste vicende (rispetto ad altre) hanno saputo catalizzare l’attenzione e l’interesse di un intero paese. Questo mi porta a una duplice riflessione: da una parte, la facilità e la preponderanza con cui queste tematiche sono trattate dai media confermano la scarsa credibilità della comunicazione televisiva, che, solo in rari casi, risulta essere di rilevanza sociale e culturale per i cittadini. D’altro canto, testimonia che anche noi, in quanto spettatori, abbiamo pesanti responsabilità, perchè andando alla caccia del “gossip nero” alimentiamo un circolo vizioso fondato sul dolore e sull’orrore (per poi lamentarci del tartassamento mediatico), invece di spegnere la televisione o cambiare canale.

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>Il futuro per l’Italia: attivismo 2.0 e democrazia diretta

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Un indagine apparsa qualche giorno fa su Repubblica.it mostra come le nuove generazioni siano molto attive nella partecipazione socio-politica e come sembra essersi risvegliato quell’interesse nella “vita pubblica” che negli ultimi anni si era decisamente sopito. 

Ma come si compone lo scenario degli “impegnati” italiani? Innanzitutto, secondo un rapporto Istat 2009 vi sono ancora 4 milioni di italiani che non si informano mai di politica, per disinteresse e per sfiducia nelle istituzioni. C’è, poi, un importante segmento di popolazione che risulta essere partecipe invisibile: non fanno attività di sostegno alla politica, ma si informano e ne dibattono costantemente con altre persone. Tra questi, per molti la TV continua ad essere il mezzo principale di contatto con le questioni di attualità, e da qui si può comprendere il disinteresse e la sfiducia. Talk-show come Annozero e Ballarò, che di base avrebbero contenuti interessanti, si tramutano costantemente in baracconi, con insulti e battibecchi di scarso interesse per gli spettatori.

C’è una parte crescente, invece, che si sta facendo strada nel web: è la generazione emergente attiva, quel segmento che l’indagine di Repubblica chiama “Cives”. L’accesso a maggiore e migliore informazione rispetto alla TV generalista, la pluralità di opinioni, la possibilità di far sentire la propria voce e condividere le proprie idee, sono gli elementi sui quali si fonda il nuovo movimento di giovani interessati alla politica e con a cuore il destino dell’Italia. La combinazione tra la scarsa fiducia nei media tradizionali, la familiarità con gli strumenti 2.0 e, soprattutto, l’insofferenza nei confronti dello stallo politico del nostro paese (che sembra dare sempre poche aspettative alle nuove generazioni) sta facendo riemergere ampi gruppi di ragazzi attivi, che nascono on line e spesso si mobilitano nella realtà. Esempi principali sono il Popolo Viola e i “grillini”, nati come movimenti in rete e sfociati in manifestazioni in piazza e in micro entità politiche.

Questa situazione in divenire è senz’altro positiva, segno che il disinteresse e il qualunquismo politico non rappresentano il futuro, e che le nuove generazioni hanno il desiderio di mobilitarsi per destino sociale ed economico dell’Italia. La speranza è che, però, queste nuove forme di attivismo giovanile crescano in modo pacifico e non violento, maturo e non radicale, culturale e non politico\strumentale, impegnato costruttivamente e non “distruttivamente”.

Sarebbe bello poter creare in Italia uno spazio di confronto stile OpenDemocracy, dove studenti ed esperti collaborino sinergicamente per il Paese, con una visione condivisa e responsabile. La stessa piattaforma potrebbe essere la base di raccolta di tutte le iniziative di democrazia diretta, che sembra l’unica via per risolvere le vicende italiane, dato che il blocco politico cronico sembra destinato a perdurare per molto.

Citando da Wikipedia:

la democrazia diretta è la forma di democrazia nella quale i cittadini non sono soltanto elettori che delegano il proprio potere politico ai rappresentanti, ma sono anche legislatori con il diritto di proporre e votare direttamente le leggi attraverso diversi istituti di consultazione popolare e diverse forme di partecipazione popolare.

 Segnalo alcuni movimenti di direct democracy già attivi:

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>Google e la società delle risposte

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Recentemente è passato sugli schermi televisivi uno spot di Google che mi ha indotto ad una riflessione, che in realtà mi frullava in testa già da un pò: il motore di ricerca web è un mezzo davvero così fondamentale nelle nostre vite? Ed è realmente un fatto positivo trovare una risposta fulminea (siamo nell’ordine dei millesecondi) ad ogni piccolo e grande dubbio della nostra quotidianità?

Così, dato che anche io mi ritrovo a risolvere alcune questioni on line, mi sono imbattuto una diatriba già avviata da tempo, in seguito all’uscita di un articolo di Nicholas Carr dal titolo eloquente: Google ci sta rendendo stupidi?

In pillole, Carr sostiene che la rete in generale (di cui Google ne incarna l’aspetto popolare, insieme a Facebook, YouTube e pochi altri) priva l’essere umano delle capacità di contemplazione e riflessione, di sottrarre tempo alla lettura di libri cartacei e di far perdere la concentrazione nell’assorbimento di passaggi e ragionamenti più lunghi.

In realtà, gli effetti del web sulle nostre vite sembrano andare oltre, perchè non è solamente nei ragionamenti più complessi che incontriamo degli ostacoli, ma anche in quelli più semplici, come dimostra la diffusa abitudine di cercare in internet le soluzioni ai piccoli problemi quotidiani. Non è un caso che Google, come dimostrato dal nuovo spot, si stia ambiziosamente posizionando nel mercato come “facilitatore” delle nostre problematiche, abbandonando il ruolo di semplice fornitore neutrale di informazione e diventando un “fornitore di risposte“.

A fronte di questo, si può dire che senz’altro Internet, accelerando la velocità di lettura, sta accorciando le nostre capacità di interpretazione e pensiero. Abbiamo ridotto la soglia di parole in grado di assorbire (e di conseguenza il nostro vocabolario) e aumentato la velocità di elaborare un ragionamento. Seguendo due direzioni:

– da un lato, il concetto di “fast living” si è trasposto alla rete: raccolta e assimilazione di informazioni stanno viaggiando alla velocità del click, facendo perdere quella lentezza (che per molti sta diventando una filosofia di vita) che il ragionamento umano richiede per formulare pensieri sensati, convincenti, non avventati.
– dall’altro, perchè le risposte ci vengono già date dal sistema, riducendo il nostro sforzo individuale, critico e creativo, alla risoluzione di un problema.

Mettiamo anche che ci sono studi che confutano le teorie di Carr e sostengono che le modalità di fruizione del web aumentano le capacità di esercizio cerebrale, anche nel caso di ragionamenti complessi. Ma, al di là di questo, delle riflessioni vanno fatte.

L’informazione facile è una benedizione per la nostra società, i mezzi di comunicazione sono fondamentali per il progresso e lo sviluppo delle coscienze, e l’era dell’accesso” è una rivoluzione epocale che sta cambiando (in meglio) la vite di moltissime persone. Fino a qui è tutto vero.

Ma, se nel decennio che si affaccia, le risposte a nostra disposizione saranno molte più delle domande che faremo, il nostro quoziente intellettivo sarà necessariamente destinato a calare. Saremo sempre più compulsivi nell’uso dei motori di ricerca, e le risposte che troveremo saranno sempre più standard, perchè ci andremo a leggere solo quelle indicizzate nella prima pagina. Quindi, troveremo sempre meno modalità di risolvere lo stesso problema, e, avendo meno tempo per assimilare ed interpretare, le nostre azioni potrebbero essere sempre meno personali, meno creative, meno estrose, perchè saremo inevitabilmente portati a fare quello che ci dice Google e non quello che pensiamo noi.

Quindi ben venga utilizzare questo metodo nel lavoro, magari, dove la velocità può essere fondamentale, ma evitiamo di farlo nelle nostre vite, dove non basta lanciare una ricerca e lasciar guidare le nostre azioni da un sito internet (magari patetico come Yahoo Answers).

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>Cellulari e social network: un effetto sinergico?

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Sul numero della rivista Wired di dicembre è uscita una tabella interessante sui macro numeri della telefonia cellulare dell’ultimo decennio, che riporto qui a fianco.

La denominazione di Homo telefonicus non è poi così avventata, se si prende in considerazione il consumo di telefonia cellulare mensile nel mondo: 1220 miliardi di minuti, una cifra sbalorditiva.

Un’altra statistica da sottolineare è quella che vede l’Italia
al 4° posto nel mondo per rapporto cellulari\abitanti, a conferma che il mezzo di comunicazione che preferiamo è proprio il telefonino, o che comunque preferiamo averne più di uno a testa. Un trend che sembra essere in calo, stando a questo articolo.

Il dato che, però, vorrei approfondire, è l’aumento dei minuti mensili dal 2000 al 2009: si è passati da quasi 3 ore a circa 4 ore e mezza al mese passate al cellulare da ognuno di noi. Piuttosto incredibile, se si considera l’esponenziale crescita dei social network dal 2008 ad oggi (leggasi Facebook in questo senso): è incomprensibile come il “cittadino medio” possa trascorrere 266 minuti al mese col cellulare all’orecchio. Soprattutto quando Facebook è dotato di strumenti di chat e mailing molto intuitivi e immediati, che dovrebbero rendere la comunicazione telefonica molto più marginale. Se a questo aggiungiamo anche il fenomeno Skype, programma molto diffuso anche negli ambienti lavorativi, un numero così alto di consumo telefonico non è del tutto verosimile. Possiamo però individuare tre elementi che, almeno in parte, possono fornirci delle indicazioni al riguardo:

– la tabella di Wired cita il mercato degli smartphone, cresciuto del 55% nel solo 2010. In Italia siamo a 11 milioni di pezzi venduti, ma è un numero sicuramente destinato a crescere date le infinite funzionalità (in termini di accesso alla rete, social networking e applicazioni) di questi device, e il massivo bombardamento di marketing delle compagnie telefoniche e produttrici di tali prodotti. L’interesse verso gli smartphone è un primo elemento che tiene e terrà alto per molti anni il consumo di telefonia; 
– nei paesi in via di sviluppo il mercato dei cellulari sta attualmente vivendo un boom. Il numero di persone che dispone di cellulari è incredibilmente più alto di coloro che accedono ad internet: nella sola India 500 milioni di persone ne possiedono uno (vedi qui);
– negli ultimi cinque anni le imprese del settore hanno visto affacciarsi un nuovo segmento di consumatori di cellulari: i bambini. Questo articolo da una panoramica dell’andamento: più di un bambino su due tra i 7 e gli 11 anni ha un telefonino, per poter essere sempre raggiungibile dai genitori, giocare e inviare messaggi. Cresce l’utilizzo anche tra gli adolescenti, che se ne avvalgono anche per la navigazione internet.

In altre parole, i social network non sembrano aver poi infastidito più di tanto i colossi della telefonia, che anzi ne hanno saputo sfruttare la crescente diffusione per modificare le abitudini di utilizzo dei cellulari. Dai sms ai messaggi su Twitter e Facebook grazie ai nuovi smartphone, senza che il traffico voce ne risenta: è segnata la sinergie di due settori con presupposti di business diversi, ma convergenti dal punto di vista del prodotto che offrono: la comunicazione. Il flusso comunicativo mondiale è in costante incremento, con mezzi sempre più innovativi e multifunzionali. Sarebbe, a questo punto, più indicativo chiamarla l’era dell’Homo Communicativus, piuttosto che “telefonicus”.

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>Il sistema educativo attuale: uno spreco di risorse creative?

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In un periodo in cui si sta parlando a lungo di riforma universitaria, capita a proposito questo video, ben fatto, in cui Ken Robinson espone idee molto interessanti sul sistema educativo.
Robinson afferma che il sistema attuale è ancora fortemente legato alla cultura illuministica e industriale, e troppo basato sul metodo deduttivo. In questo modo, secondo Robinson, le idee e la creatività innate in ogni bambino vengono marginalizzate nella crescita, imponendo un metodo e degli argomenti di studio che non stimolano interesse e attenzione nei ragazzi. Una cosa piuttosto drammatica, perchè una volta persa la curiosità e la “voglia di imparare”, difficilmente sarà possibile ritrovarle in un’età adulta. Robinson chiama questo processo “anestetizzazione” degli studenti.
Questo paradigma, ancora dominante, porta ad una conseguenza ben precisa: un enorme spreco di creatività e risorse intellettive. I ragazzi, invece di essere stimolati a estrapolare il proprio talento e la fantasia creativa, vengono incanalati in un sistema scolastico troppo rigido e uniformato, che produce un’offerta di diplomati e laureati assolutamente standardizzata. Stesse materie, stesse esperienze, stesse competenze, per migliaia di studenti sfornati ogni anno. Che non possono essere assorbiti dal mondo del lavoro.
E poi, quanti studenti decidono di non iscriversi all’università credendo di non essere all’altezza, a causa di un modello educativo che non è riuscito nell’impresa di stimolarli, di svegliargli, di credere in loro stessi? E quanti di loro hanno un potenziale creativo che potrebbe essere spremuto, utilizzato, anche per fini socialmente utili?
Quello che la nostra società, profondamente in cambiamento, richiede è una rivoluzione progressiva del sistema educativo, dove l’enfasi sia sempre più posta sulle capacità creative e innovative dei ragazzi e non soltanto sulla memorizzazione e sul metodo di studio tradizionale, oramai ampliamente superato.
Due contributi a supporto: l’importanza di sviluppare ed esercitare nel tempo il pensiero laterale di De Bono, utilizzabile in maniera trasversale e un bell’esempio di “università convergente”: il MIT Media Lab.

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>Organizzazioni mafiose: marketing e egemonia

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Ieri sera mi sono trovato a seguire con grande interesse il dossier di Matrix sulla criminalità organizzata, dove era presente anche Gianluigi Nuzzi, autore del libro Metastasi.

Nuzzi porta sotto i riflettori un problema scomodo e poco conosciuto: le organizzazioni mafiose non operano soltanto al Sud, ma vi è una forte e radicata presenza anche al Nord. Le confessioni esclusive del pentito Di Bella causeranno di certo uno scossone politico alla Lega, che anche di recente si era difesa con veemenza sull’argomento.

Le ragioni che hanno spinto queste organizzazioni ad allargare i tentacoli al Settentrione, sono assimilabili a delle comuni strategie di mercato. In una recente intervista al Prof. Enzo Ciconte, storico della criminalità organizzata, emergono spunti interessanti riguardo al marketing della malavita, se così si può chiamare :
– la mission di queste organizzazioni è controllare l’economia, attraverso la gestione di sempre maggiori traffici illegali, come droga e prostituzione, grazie a una rete di rapporti su scala internazionale (soprattutto con i paesi del Sudamerica);
– la ridotta capacità di spesa degli abitanti meridionali sui prodotti immessi nel mercato nero (droga e sigarette) ha necessariamente portato le organizzazioni a delle strategie di espansione verso Nord, dove un migliore tenore di vita costituiva (e costituisce) un bacino di clienti finali molto più ampio e redditizio per i business illeciti;
– i fattori infrastrutturali, come migliore viabilità, reti di comunicazione, ecc. hanno facilitato, negli anni, le operazioni di insediamento e di networking nelle regioni del Nord;
– le prospettive occupazionali delle regioni più ricche hanno attirato al Nord molti emigranti meridionali, tra cui una buona percentuale di soggetti legati alla malavita. Questi soggetti hanno imposto l’egemonia mafiosa anche tra gli immigrati “onesti”, di fatto diffondendo la cultura mafiosa anche al Nord.

Ma, brevemente, cos’è questa cultura, quali sono gli elementi caratterizzanti il modus pensandi mafioso?
Innanzittutto la Mafia è una vera e propria egemonia culturale, che Antonio Gramsci intende come:

il dominio culturale di un gruppo o di una classe che sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo

Questi punti di vista condivisi da tutti gli strati della popolazione, ad eccezione di una minoranza (imprenditori, commercianti e cittadini che si oppongono all’illegalità), costituiscono quella che Alex Giordano chiama una “forma mentale” che aderisce ad un preciso sistema gerarchico di potere, contrapposta allo Stato Italiano, visto come soggetto usurpatore, estraneo, nemico. In questo sistema egemonico accettato dai più, i valori di accettazione sociale sono quelli della prepotenza, dell’arroganza, del successo e del denaro: chi non aderisce a questi valori rischia di non sopravvivere.

Ecco perchè le fondamenta della lotta alla criminalità organizzata passano dall’educazione ai piu piccoli: scuole, chiese, organizzazioni giovanili, dove l’egemonia (ancora non dominante) della legalità cerca di essere diffusa prima che i ragazzi vengano “inquinati” irrimediabilmente dai valori dell’illecito. A questo scopo non può che far bene un libro come quello Antonio Nicasio , che parte dalla spiegazione del fenomeno non compreso dai ragazzi che vi nascono all’interno, proprio perchè parte imprescindibile della cultura di appartenenza.

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