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Archive for febbraio 2011

Questioni di banda

Oggi riprendo una riflessione postata sulla nostra pagina Facebook aziendale. Mi sembrava interessante parlare anche qui di alcuni trend che si stanno profilando nella rete.

Internet sta cambiando piuttosto velocemente, passando da semplice contenitore di servizi a potentissima piattaforma di contenuti. Il passaggio dal 2.0 (fatto di sharing, peer2peer, blog, social network), al 3.0 è caratterizzato da due elementi, su tutti:

– Il real-time, la condivisione di contenuti in tempo reale. In molti comparti si stanno diffondendo le modalità per condividere flussi di dati audio/video live, dalle imprese, alle Università, ai privati: basti pensare alle video-conferenze, alle lauree on-line, ai film in streaming ecc.

– Il cloud computing, la “nuvola” della rete. Sempre più software e piattaforme sono fornite dalle aziende senza necessità di installare nulla nel proprio pc. L’ultimo esempio è Office 365 di Microsoft. In pratica, invece di acquistare un pacchetto da installare, si paga un canone annuale per accedere al servizio “hostato” nella rete.

Oltre a queste, che sono già una realtà consolidata (e una miniera d’oro per le aziende che ci hanno investito), abbiamo altre novità interessanti, delle quali si inizia molto a parlare. Tra tutte, il reality augmenting (realtà aumentata), ossia la possibilità tramite device mobile di aggiungere elementi virtuali alla realtà, e il web semantico, un sistema di ricerca e collegamenti ipertestuali evoluti, che permetterà di fare ricerche sempre più elaborate e complesse.

La questione scottante è questa: il nuovo modo di utilizzare la rete, soprattuto in relazione al real-time sta portando ad una saturazione della banda attuale. I contenuti real-time sono molto “esosi” da questo punto di vista; basti pensare che per caricare un solo video su Youtube è richiesta banda equivalente all’apertura di 100 pagine web. Per ampliare la banda attuale, però, sono necessari ingenti investimenti, che sono tutti a carico di chi gestisce queste infrastrutture (Telecom, Fastweb e compagnia bella).

Mentre i content provider (Facebook e Goole su tutti), che hanno portato il mercato verso questa direzione, traggono enormi ricavi dall’uso della rete, senza contribuire al suo sviluppo. Ecco perchè in molti iniziano a chiedere che questi colossi collaborino con gli operatori delle tlc per il potenziamento dell’infrastruttura. C’è chi parla di un “pedaggio” e chi vorrebbe far condividere parte degli introiti pubblicitari di Google e soci.

Inoltre, e questo è l’aspetto che ci interessa maggiormente, per gli utenti finali si potrebbe profilare un web “a due velocità”: gli Internet Service Provider offrirebbero piani e tariffe differenziate, a seconda delle modalità di utilizzo del traffico internet. Per semplificare, un video in streaming nelle ore di punta potrebbe costare più che mandare e-mail in piena notte. Staremo a vedere, noi restiamo in attesa!

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>Bistecche e sigarette, e l’ambiente ne risente…

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Torniamo a parlare di inquinamento atmosferico, stavolta partendo dall’Energy Report WWF 2011. Secondo questo dossier, piuttosto ottimistico, è perfettamente possibile ridurre l’inquinamento atmosferico in maniera drastica entro il 2050.

Tra le altre cose, emerge che uno dei fattori che incidono sulle emissioni di gas serra è il consumo di carne, la cui riduzione nei paesi ricchi produrrebbe effetti benefici sul clima. Al proposito, anche Rifkin nel suo ultimo libro “La civiltà dell’empatia” riporta che “l’allevamento bovino genera ingenti qualtitativi di metano […] e rappresenta la seconda causa di riscaldamento globale”. Rifkin aggiunge che secondo uno studio FAO il bestiame produce il 18% delle emissioni di gas serra, più del settore dei trasporti, di cui avevo parlato nel precedente post. Una delle cause di emissioni di gas serra sarebbe il letame, che produce “65% delle emissioni antropogeniche di N2O”. Altre fonti, citano che il bestiame produrrebbe addirittura il 51% dei gas serra, pari a oltre 32 tonnellate di biossido di carbonio: anche qui, una cifra maggiore di quella generata dai trasporti. 

Ora, al di là dei numeri, sempre opinabili, è innegabile che il consumo di carne sia un’altra delle cause del surriscaldamento globale che passano completamente inosservate. Mancata informazione e, di conseguenza, mancata percezione dei rischi e delle conseguenze, fanno sì che usi consolidati continuino a rappresentare un danno per la salute del pianeta. In questo caso, tra le soluzioni proposte vi sarebbe proprio una modifica delle abitudini: il passaggio nel mangiare da quattro a due volte a settimana carne a tavola, sostituendola con frutta e verdura, fino a passare a prodotti a base di soia e agricoltura vegetale. La percezione del pubblico su questi alimenti, però, è ancora troppo legata a stili di vita “salutari“, mentre sarebbe importante sottolinearne gli effetti benefici sul cambiamento climatico. 

Un’ulteriore elemento che contribuisce all’inquinamento atmosferico, seppur in maniera minore, è il consumo di sigarette. O meglio, non solo il consumo, ma tutto il processo produttivo. Partendo dalla deforestazione, fino alle “cicche” buttate a terra, che contengono diverse sostanze cancerogene, costituendo di fatto un rifiuto tossico. Sembrerebbe una banalità, ma anche qui si ragiona sui grandi numeri: 72 miliardi i mozziconi che ogni anno vengono gettati a terra in Italia, di cui buona parte vanno nelle fogne, che confluiscono in mare e sono la prima causa di inquinamento del Mediterraneo. Sembra incredibile, eppure è così. Il fatto che stupisce, è che non se ne parla

Da questi punto di vista, la comunicazione può fare molto: partendo dalle campagne istituzionali, fino alla sensibilizzazione tra i cittadini. Però, se al prodotto sigaretta può essere più “facile” associarvi dei valori negativi (che si aggiungono agli effetti dannosi alla salute), sul consumo di carne non è così: il settore non è sicuramente abituato a convivere con lobby che spingono in questa direzione, piuttosto si punta sugli aspetti che valorizzano il prodotto, come l’origine e la tracciabilità.

Parlando di sensibilizzazione, una bella iniziativa è 1billionhungry, che punta sulla viralità “social”, invitando gli individui a firmare la petizione, potendo tracciare l’impatto sociale del proprio attivismo. L’obiettivo è fare pressione sui politici per il problema della fame nel mondo. Ci vogliono anche questo tipo di campagne (e molto di più) per cambiare abitudini e percezioni del grande pubblico, che spesso è ignorante, perchè non sa, e troppo spesso lassista, perchè non vuole cambiare.

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>Chi sono questi solopreneur?

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Un interessante articolo apparso su L’espresso qualche settimana fa, mi ha spinto a scovare maggiori informazioni su una nuova categoria di figure sociali: i cosiddetti solopreneur.

I solopreneur sono imprenditori individuali che offrono attività di collaborazione ad aziende, un pò come fossero liberi professionisti. Sono una “specie” esistente perlopiù negli USA, dove addirittura sembra che buona parte delle piccole imprese sia costituita da questo tipo di imprenditori. Potrebbero essere associati ai freelance, che sono dei liberi professionisti, perlopiù copywriter, grafici, giornalisti, creativi e consulenti. In realtà, i solopreneur sembrano avere delle caratteristiche proprie, che portano a considerarli una categoria a sè:

– hanno uno stile di vita proprio. Chi ha già sentito parlare di marketing tribale troverà nei solopreneur una comunità di marchio, o meglio, una comunità legata intorno a un’attività, quella di imprenditore individuale. In questo sito, ad esempio, si trovano prodotti, oggettistica e libri dedicati a chi vuole sposare appieno la causa. Qua, abbiamo la guida per solopreneur, una sorta di manuale di sopravvivenza per tutti quelli del mestiere.

– pongono grande attenzione all’ambiente e al risparmio energetico. Questo vale sia per la loro base di lavoro (casa propria, in genere), dove tutto deve essere improntato alla massima sostenibilità, sia per le aziende per le quali collaborano. I solopreneur scelgono spesso di essere remunerati tramite la partecipazione azionaria in aziende “green”.

– fanno uso massiccio di internet e social network per pubblicizzarsi. I solopreneur gestiscono e comunicano sè stessi come fossero prodotti. Scopo delle attività di self-branding è quello di farsi conoscere, di trovare clienti e fornitori, di mettersi in contatto con altri solopreneur nel mondo per confrontarsi e scovare occasioni di collaborazione.

I solopreneur avviano delle micro-società, gestiscono il proprio sito web e la propria comunicazione, catturano e curano nuovi clienti in completa autonomia. Solo in rari casi si avvalgono di stagisti per delegare alcune operazioni, ma il loro lifestyle gli impone di sviluppare il proprio business senza dipendenti. In ogni caso, i componenti del team a supporto sono selezionati a seconda dell’adesione alla vision e all’etica dei solopreneur.

Una delle cose interessanti è che intorno a queste figure, si è a sua volta sviluppato un’altro business, quello legato agli aspetti motivazionali. Per essere un valido solopreneur non basta avere idee brillanti e le giuste capacità per realizzarle, ma ci vuole una buona dose di autostima. Ecco che, quindi, sono nati diversi siti e manuali di coaching, con tutte le istruzioni per ottenere il massimo da sè stessi. C’è da dire che lo stile di vita e lo spirito “motivazionale”, è proprio della cultura americana dell “how to do“, con i soliti guru che redigono manuali di istruzioni e coach/psicologi che ne descrivono la filosofia (con tanto di test per vedere se si ha il DNA giusto).

Per concludere, i solopreneur sono una categoria che coinvolge tutta una serie di figure (liberi professionisti, singoli imprenditori, giovani start-uppers) che condividono valori precisi, come la professionalità, la sostenibilità ambientale e il rispetto per sè stessi e per le persone con per le quali lavorano. Il tutto condito da una serie di regole e “istruzioni per l’uso” per ottenere successo nel mercato.

Qua da noi, questa particolare categoria di imprenditori non è diffusa (considerando che, a differenza degli USA le piccole imprese sono spesso costituite da manciate di dipendenti), ma sicuramente potrà diffondersi. Alcuni fattori, come la crisi occupazionale e la necessità di reinventarsi, sta portando molti a trovare nuove vie individuali di lavoro creativo.

Eppoi, c’è un aspetto interessante, quello legato alla collaborazione tra elementi della comunità, che in alcuni casi in Italia è già realtà. Parlo di Italian Startup Scene, una gruppo di persone che condivide idee, progetti e conoscenza sull’avviamento di impresa, basata sulla condivisione e sulla collaborazione. Nel gruppo Facebook, ogni giorno, giovani imprenditori, studiosi ed esperti collaborano al flusso continuo di idee e informazioni. Rendendo più facile la vita a chi vuole avviare una start-up: dall’implementazione del progetto, alla raccolta di fondi di finanziamento, alla ricerca di soci e partner. Tutto tramite le potenzialità del web.

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