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>I casi Sarah e Yara: marketing dell’orrore in Tv

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Passando a tematiche di attualità, riprendo alcune riflessioni fatte poco tempo fa sul cosiddetto marketing dell’orrore: il caso della povera Sarah Scazzi, sebbene prossimo alla risoluzione, ha monopolizzato i contenuti televisivi per quasi sei mesi, mentre purtroppo, è salito alla ribalta il “caso Yara”, altra ragazzina scomparsa in condizioni misteriose.

I due casi, seppur simili nella dinamica, presentano forti differenze in termini di come i media hanno trattato la vicenda e di come vi hanno speculato sopra. Il caso Yara (i cui esiti non sono ancora noti purtroppo), sebbene sia costantemente presente nelle cronache della stampa e della tv, non ha avuto il “furore mediatico” che si è abbattuto sulle vicende di Avetrana. Questo principalmente per due motivi:

In parte, perchè le piste non hanno ancora condotto da nessuna parte e moventi e i personaggi coinvolti sono ancora incogniti. Nel caso Scazzi, dopo un primo periodo di ricerche era emersa la confessione (poi confutata) dello zio Michele Misseri, che aveva gettato un’ombra macabra e perversa sull’intera vicenda. Poi le carte in tavola si sono mescolate, ed è comparsa la figura di Sabrina, probabile mente dell’omicidio e tremenda manipolatrice. Anche i moventi hanno agevolato la trattazione mediatica: la figura di Ivano, il misterioso ragazzo conteso, ha dato un tocco di “romanza rosa” alla vicenda e rappresentato terreno fertile per i contenuti televisivi.     

Poi, per il comportamento degli stessi protagonisti delle vicende, che nel caso Yara sono rimasti (a mio parere in modo incomiabile) chiusi nel loro dolore, schivando giornalisti e interviste e cercando di fare meno clamore possibile. Ad Avetrana, al contrario, la famiglia Scazzi ha subito cercato di sfruttare la malsana popolarità, aprendo le porte di casa alle televisioni, ai giornali, ai magazine scandalistici. In diretta dall’abitazione Scazzi, un’assassina non ancora uscita si lasciava tranquillamente intervistare, salvo poi, una volta accusata, ricacciare violentemente i cronisti affamati di notizie all’uscio di casa. Scene obiettivamente ripugnanti, ma che hanno saputo tenere viva l’attenzione del vasto pubblico per mesi interi.

Rai e Mediaset (seppur con differenze di “taglio”) hanno saputo sfruttare benissimo le dinamiche del caso per costruire interi programmi che facessero sembrare i casi ancora più “stuzzicanti” agli occhi degli spettatori, aggiungendo dettagli inutili e ipotesi al limite del credibile. Da Barbara D’Urso a Massimo Giletti, da Matrixa Porta a Porta, tutti hanno speculato sulla vicenda, con il solito falso buonismo tipico di una certa tv (trash), ma in realtà puntando solo a fare audience e, quindi, ricavi pubblicitari.

E’ possibile quindi individuare alcune caratteristiche tipo delle vicende “nere” sui quali i media riescono a costruire delle trasmissioni che seguono la logica del reality, teatrale e macabra al tempo stesso, e che innescano morbosi meccanismi di condivisione nei social network:
– la trama dell’accaduto deve suscitare l’interesse generale: omicidi efferati, tragedie familiari, situazioni al limite dell’ambiguo rappresentano la struttura alla base della speculazione mediatica;
– lo sviluppo delle vicende: le scoperte che si susseguono come in una serie a puntate, i colpi di scena, le novità improvvise, testimoni che spuntano come in un thriller di fantasia, riempono di contenuti le trasmissioni quotidiane;
– i personaggi: le vicende passate, le storie personali, le testimonianze di terzi, i profili psicologici fuori dal comune, fanno da contorno e generano “buzz” in rete come nelle conversazioni reali.

Pensiamo anche a casi recenti, ancora irrisolti, come l’omicidio di Garlasco, il delitto di Cogne, l’assassinio di Meredith: queste vicende (rispetto ad altre) hanno saputo catalizzare l’attenzione e l’interesse di un intero paese. Questo mi porta a una duplice riflessione: da una parte, la facilità e la preponderanza con cui queste tematiche sono trattate dai media confermano la scarsa credibilità della comunicazione televisiva, che, solo in rari casi, risulta essere di rilevanza sociale e culturale per i cittadini. D’altro canto, testimonia che anche noi, in quanto spettatori, abbiamo pesanti responsabilità, perchè andando alla caccia del “gossip nero” alimentiamo un circolo vizioso fondato sul dolore e sull’orrore (per poi lamentarci del tartassamento mediatico), invece di spegnere la televisione o cambiare canale.

Categorie:Uncategorized
  1. gennaio 21, 2011 alle 3:45 pm

    >http://www.corriere.it/spettacoli/10_dicembre_12/sarah-yara-e-il-circo-mediatico-aldo-grasso_af5e4eac-05c9-11e0-be41-00144f02aabc.shtmlHo trovato ora queste riflessioni (precedenti) di Aldo Grasso). Con le mie, mi sento di rispondere alla sua domanda finale: SI

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