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Archive for gennaio 2011

>iPad nei licei. Ma è di lui che abbiamo bisogno?

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Gli sviluppi della tecnologia portano con sè opportunità ma anche dubbi. Uno dei quali si inizia a dibattere è l’uso dell’iPad nelle scuole. E’ notizia recente che negli USA saranno introdotti in un liceo e i più entusiasti parlano già di rivoluzione nei metodi di apprendimento. Quali possono essere i punti a favore e a sfavore nell’introdurre questo device (o suoi simili) nell’istruzione pubblica? Cerchiamo di capirci qualcosa.

Il primo punto riguarda le potenzialità dell’iPad. Sicuramente enormi, con oltre 140mila applicazioni disponibili e touch screen ad alta risoluzione. Ma per lavorare e studiare? Anche qui la situazione è abbastanza interessante, vi sono App come QuickOffice che permettono di aprire, creare e editare documenti compatibili con Windows, ma anche un utilissimo Pdf. reader. C’è anche il microfono integrato, per registrare le lezioni e altre App per creare e visualizzare presentazioni. Da questo punto di vista, l’iPad non è poi così lontano da un normale netbook, ma con una batteria molto più lunga. 

Il secondo punto, più critico, è il costo. Premesso che non sarebbe possibile avere tutti i programmi scolastici in versione e-book, è difficile pensare che possa sostituire completamente zaino e cartella. Quindi, sarebbe una spesa aggiuntiva per le famiglie, molte delle quali difficilmente accetterebbero di tirar fuori 499 euro per un iPad, che sono molti di più del tetto di spesa annuale dei testi (circa 300 euro). Se fosse la scuola a fornirli, ipotizzando 300 studenti iscritti, la spesa si aggirerebbe intorno ai 150 mila euro! Nel liceo USA, la soluzione è stata trovata concedendo un leasing ai ragazzi meno abbienti, che possono noleggiarlo 20 dollari al mese. Sarebbe una cifra accettabile, solo se i libri di testo venissero sostituiti del tutto, appunto. Un altro progetto pilota arriva da Bergamo: qui si propone il comodato d’uso ai ragazzi. Soluzione interessante, ma la spesa iniziale per l’istituto sarebbe comunque piuttosto alta.

Un altro punto (last but not the least), è la necessità di avere una rete wi-fi all’interno degli edifici scolastici. E qui, le reticenze non sono tanto di natura economica, quanto “psicologica”. C’è ancora, infatti, l’infondato timore relativo alla salute dei ragazzi esposti alle reti wireless. Qui ci sarebbe da fare tutto un’altro discorso, che magari rimandiamo ad un’altro post. E’ probabile che un’apertura (culturale) in tal senso possa avvenire nel 2011, dato che, dopo la liberalizzazione del wi-fi, la stampa sta iniziando a creare un clima di consenso, e il “bisogno” di digitalizzarsi supererà i timori reverenziali.

Detto ciò, sarebbe necessario innanzitutto un intervento governativo che destini risorse per l’acquisto di iPad nelle scuole e (non meno importante) per la formazione dei docenti (piu che dei ragazzi) sulle potenzialità educative di questo nuovo strumento.

E’ interessante che Apple fornisca condizioni vantaggiose per acquisti a tali scopi. In realtà, il colosso californiano punta molto su questo aspetto, tanto che l’iPad viene proposto proprio come “dispositivo per rivoluzionare il panorama didattico”. Le app didattiche sono pensate sia per gli studenti che per organizzare le lezioni dei docenti. Rimane però aperta la questione degli e-book, che coinvolgerebbe anche i numerosi editori di testi scolastici: la lotta sui margini potrebbe far alzare ancor di più il costo totale per avere tutti i libri in un iPad.

Insomma, questo tipo di tecnologia non ha ancora un livello di adozione tale da poter essere usato su larga scala, sia a livello di prodotto che di infrastrutture. Sicuramente, alcuni progetti pilota possono farne intuire le potenzialità, dove però il grande attore non è tanto l’iPad (o chi per lui), ma è l’uso di Internet e degli strumenti interattivi di lavoro: i social network, i motori di ricerca, modi nuovi di condividere, di fare teamwork e ricerche, di inventare, di creare. E’ questa la vera rivoluzione che va diffusa, e non c’è il bisogno di investimenti macroscopici.

In un post precedente avevo parlato della mancanza di interesse e attenzione nei ragazzi, che non sono abbastanza stimolati alla partecipazione nelle lezioni. L’istruzione nell’uso ottimale e costruttivo della rete può davvero portare a un tipo di didattica nuova, che faccia esprimere la creatività, la fantasia e il talento dei ragazzi, oltre a dotarli di competenze che saranno utili all’università o nel mondo del lavoro. Ma per questo non è necessario avere un iPad a testa. Non a caso la Apple conta di venderne 45 milioni nel 2011. Ma è difficile che saranno le scuole a garantire un mercato così vasto.

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>Inquinamento atmosferico: quanto incidono i trasporti?

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Ritorniamo su un tema già affrontato, quello del cambiamento climatico. Nel post precedente avevo parlato della mancata percezione dei rischi da parte dei cittadini, che non hanno nè informazioni chiare, nè (spesso) l’interesse ad andare in profonfità su questioni così cruciali. Ora, cercherò di introdurre alcuni elementi per comporre il quadro dell’inquinamento atmosferico, che è una delle principali cause dei cambiamenti del clima.

Partiamo dalle cause. Quasi tutti noi associamo l’inquinamento atmosferico principalmente agli scarichi dei mezzi di trasporto, in particolare “su strada”. Perchè?
– l’iconografia tradizionale dell’inquinamento atmosferico ha sempre utilizzato l’immagine della “cappa di fumo” come simbolo, contrapposto a cieli limpidi, prati verdi e spazi aperti. Col passare degli anni, la popolazione ha iniziato ad associare l’inquinamento atmosferico principalmente ai gas di scarico dei trasporti, e in parte a quelli delle fabbriche.
– per i motivi di percezione di cui parlavo, lo smog dei trasporti è un fenomeno visibile, tangibile. Vediamo i gas che escono dai mezzi e le cappe scure che avvolgono le metropoli più intasate. Molte città si sono dotate di monitor per proiettare le emissioni di Co2 in tempo reale: una bella idea, ma il rischio è di canalizzare l’attenzione solo su questa forma di inquinamento.
– le campagne di marketing delle case automobilistiche sono sempre più “green-oriented”. Il consumatore è portato a credere che acquistando auto dai consumi ridotti o, meglio ancora ibride o elettriche, il problema dei gas serra può essere risolto (quando invece si dovrebbero far volare meno aerei, come vedremo ora).

In realtà, come spiega questo post di Antonello Pasini, i trasporti non sono l’unico settore che contribuisce a incrementare le emissioni dei gas serra. Per la precisione, i trasporti incidono per il 30% sul totale della produzione di CO2, che è solo uno dei gas serra inquinanti (gli altri sono i solfati e le polveri, che permangono per minor tempo nell’atmosfera ma contribuiscono comunque all’inquinamento). Ad esempio, vi sono gas serra “micidiali”, come i clorofluorocarburi (CFC), probiti da diversi anni, ma i cui effetti negativi sul pianeta continuano a farsi sentire, in quanto hanno una lunghissima permanenza in atmosfera. Un’altra statistica ci dice che i trasporti in Europa contribuiscono al 19% delle emissioni di gas serra complessivi.

Inoltre, proprio per i diversi effetti provocati dai numerosi tipi di gas, anche all’interno dello stesso “contenitore” trasporti il peso dei vari tipi di mezzi è diverso. In scala abbiamo aerei, mezzi su strada, treni e navi. Addirittura, per la presenza di alcuni tipi di solfati, le navi avrebbero nel breve termine un effetto “raffreddante”.

Insomma, il quadro della situazione è abbastanza complesso. Queste ulteriori considerazioni, che cercherò di ampliare per avere un quadro più chiaro possibile, sottolineano come le automobili e i mezzi di trasporto su strada in generale sono soltanto una minima parte delle cause del cambiamento climatico. E, seppur le case automobilistiche stiano promuovendo forme di trasporto verdi e alternative (il mercato dell’elettrico sta prendendo quota), è necessario capire le altre cause di inquinamento atmosferico, come i settori dell’industria e del civile.

Riguardo al trasporto, segnalo una recente ricerca del Pew Center che attesta che con l’introduzione di motori ibridi e elettrici sarà possibile ridurre le emissioni di gas serra fino al 65%. Previa però, come affermavo nel post precedente, la necessità di una presa di consapevolezza del pubblico e l’adozione di comportamenti adeguati.

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>Tg5, Wikipedia e la credibilità

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Qualche giorno fa il Tg5 ha proposto un servizio – anzi un attacco – nei confronti di Wikipedia, dove si cerca di salvaguardare l’operato dei redattori di enciclopedie cartacee, come la Treccani citata ad esempio, screditando il fenomeno Wikipedia. La rete si è subito movimentata, lanciandosi a difesa dell’enciclopedia on-line. Di rilievo è questo articolo di Marasco, che replica punto per punto alle tesi del Tg.

Naturalmente, il confronto è del tutto inappropriato. Wikipedia è uno strumento di collaborazione 2.0, completamente autogenerato e autofiltrato dagli utenti, e soprattutto, gratuito. La Treccani è un’enciclopedia redatta dal lavoro di scienziati e professori, con alle spalle un’istituto storico e soci di particolare rilievo, dal costo al cliente finale di migliaia di euro. Il business della Treccani si basa su strategie commerciali “classiche”, ha reti di vendita nazionali e specifiche politiche di prodotto (divisione in linee, rate per i pagamenti ecc.). Dunque, è per sua natura “profit-oriented”. Wikipedia ha alle spalle un’organizzazione no-profit (la WMF) che si basa sulle donazioni degli internauti di tutto il mondo, con finalità interamente filantropiche.

Insomma, nonostante il Tg5 le metta a paragone, vi sono differenze sostanziali di fondo. La vision della Wikimedia Foundation esprime bene la filosofia alla base dell’enciclopedia collettiva, costruita ogni giorno da milioni persone: “Immagina un mondo in cui ogni persona possa avere libero accesso all’intero patrimonio della conoscenza umana“. Gli scopi delle enciclopedie da scaffale, sebbene divulghino conoscenza, sono per natura orientate al sapere scientifico, all’esattezza, per finalità di educazione e ricerca. Sebbene, in ogni caso Wikipedia si sforzi per massimizzare la qualità e la correttezza delle informazioni (vi sono 16 tipi di utenti diversi tra amministratori, ricercatori, revisori ecc.) è la natura stessa dell’opera, collettiva e condivisa, che rende maggiore il rischio di imprecisioni. Come dice Marasco, “Wikipedia è lo specchio di una nuova cultura, alimentata dal web, dove il consumatore è anche produttore”. Il prodotto finale risulta quindi imperfetto, incompiuto. E chiunque abbia fatto un minimo di ricerca (anche solo scrivere la tesi di laurea), invece, sa quanto il sistema di riferimenti bibliografici debba essere preciso, quasi puntiglioso. E sa che citare Wikipedia è sempre “malvisto”, spesso sconsigliato, nella ricerca accademica. Proprio perchè può contenere imprecisioni.

Poi, ci sono grandi differenze sul target di utenti e sulle occasioni d’uso. Gli esperti di settore alla ricerca di dettagliate informazioni tecniche nel campo scientifico non possono fare completo affidamento su Wikipedia, che potrebbe avere margini di errore e informazioni incomplete. L’utente medio che cerca una “delucidazione” veloce, semplice e generica, andrà a consultare Wikipedia, che offre anche i link alle fonti e collegamenti a ricerche affiliate. Eppoi, un conto è accedere a un sito web (si può fare da lavoro, dall’università, da ogni dove con smartphone e tablet), un altro aprire un volume Treccani (bisogna essere a casa, o in un ambiente tranquillo, avere una scrivania). Ecco l’altro aspetto che rende il paragone del Tg5 assolutamente fuori luogo.

Insomma, il sospetto è il solito, quello che vede i media difendere gli interessi di parte e fare il favore a qualche politico o grande industriale (probabilmente qualche socio dello stesso istituto Treccani), ma di certo non quello di esprimere “preoccuapazioni sul futuro della cultura”.

Stavolta, però, hanno esagerato e di sicuro il servizio avrà fatto sorridere molti, non solo il mondo della rete. Confermando che i Tg più “autorevoli” sono spesso al servizio del potere. Non mi stupisco, dunque, se la credibilità televisiva continua a calare, così come la fiducia nei principali Tg italiani.

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>I casi Sarah e Yara: marketing dell’orrore in Tv

gennaio 10, 2011 1 commento

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Passando a tematiche di attualità, riprendo alcune riflessioni fatte poco tempo fa sul cosiddetto marketing dell’orrore: il caso della povera Sarah Scazzi, sebbene prossimo alla risoluzione, ha monopolizzato i contenuti televisivi per quasi sei mesi, mentre purtroppo, è salito alla ribalta il “caso Yara”, altra ragazzina scomparsa in condizioni misteriose.

I due casi, seppur simili nella dinamica, presentano forti differenze in termini di come i media hanno trattato la vicenda e di come vi hanno speculato sopra. Il caso Yara (i cui esiti non sono ancora noti purtroppo), sebbene sia costantemente presente nelle cronache della stampa e della tv, non ha avuto il “furore mediatico” che si è abbattuto sulle vicende di Avetrana. Questo principalmente per due motivi:

In parte, perchè le piste non hanno ancora condotto da nessuna parte e moventi e i personaggi coinvolti sono ancora incogniti. Nel caso Scazzi, dopo un primo periodo di ricerche era emersa la confessione (poi confutata) dello zio Michele Misseri, che aveva gettato un’ombra macabra e perversa sull’intera vicenda. Poi le carte in tavola si sono mescolate, ed è comparsa la figura di Sabrina, probabile mente dell’omicidio e tremenda manipolatrice. Anche i moventi hanno agevolato la trattazione mediatica: la figura di Ivano, il misterioso ragazzo conteso, ha dato un tocco di “romanza rosa” alla vicenda e rappresentato terreno fertile per i contenuti televisivi.     

Poi, per il comportamento degli stessi protagonisti delle vicende, che nel caso Yara sono rimasti (a mio parere in modo incomiabile) chiusi nel loro dolore, schivando giornalisti e interviste e cercando di fare meno clamore possibile. Ad Avetrana, al contrario, la famiglia Scazzi ha subito cercato di sfruttare la malsana popolarità, aprendo le porte di casa alle televisioni, ai giornali, ai magazine scandalistici. In diretta dall’abitazione Scazzi, un’assassina non ancora uscita si lasciava tranquillamente intervistare, salvo poi, una volta accusata, ricacciare violentemente i cronisti affamati di notizie all’uscio di casa. Scene obiettivamente ripugnanti, ma che hanno saputo tenere viva l’attenzione del vasto pubblico per mesi interi.

Rai e Mediaset (seppur con differenze di “taglio”) hanno saputo sfruttare benissimo le dinamiche del caso per costruire interi programmi che facessero sembrare i casi ancora più “stuzzicanti” agli occhi degli spettatori, aggiungendo dettagli inutili e ipotesi al limite del credibile. Da Barbara D’Urso a Massimo Giletti, da Matrixa Porta a Porta, tutti hanno speculato sulla vicenda, con il solito falso buonismo tipico di una certa tv (trash), ma in realtà puntando solo a fare audience e, quindi, ricavi pubblicitari.

E’ possibile quindi individuare alcune caratteristiche tipo delle vicende “nere” sui quali i media riescono a costruire delle trasmissioni che seguono la logica del reality, teatrale e macabra al tempo stesso, e che innescano morbosi meccanismi di condivisione nei social network:
– la trama dell’accaduto deve suscitare l’interesse generale: omicidi efferati, tragedie familiari, situazioni al limite dell’ambiguo rappresentano la struttura alla base della speculazione mediatica;
– lo sviluppo delle vicende: le scoperte che si susseguono come in una serie a puntate, i colpi di scena, le novità improvvise, testimoni che spuntano come in un thriller di fantasia, riempono di contenuti le trasmissioni quotidiane;
– i personaggi: le vicende passate, le storie personali, le testimonianze di terzi, i profili psicologici fuori dal comune, fanno da contorno e generano “buzz” in rete come nelle conversazioni reali.

Pensiamo anche a casi recenti, ancora irrisolti, come l’omicidio di Garlasco, il delitto di Cogne, l’assassinio di Meredith: queste vicende (rispetto ad altre) hanno saputo catalizzare l’attenzione e l’interesse di un intero paese. Questo mi porta a una duplice riflessione: da una parte, la facilità e la preponderanza con cui queste tematiche sono trattate dai media confermano la scarsa credibilità della comunicazione televisiva, che, solo in rari casi, risulta essere di rilevanza sociale e culturale per i cittadini. D’altro canto, testimonia che anche noi, in quanto spettatori, abbiamo pesanti responsabilità, perchè andando alla caccia del “gossip nero” alimentiamo un circolo vizioso fondato sul dolore e sull’orrore (per poi lamentarci del tartassamento mediatico), invece di spegnere la televisione o cambiare canale.

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>Il futuro per l’Italia: attivismo 2.0 e democrazia diretta

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Un indagine apparsa qualche giorno fa su Repubblica.it mostra come le nuove generazioni siano molto attive nella partecipazione socio-politica e come sembra essersi risvegliato quell’interesse nella “vita pubblica” che negli ultimi anni si era decisamente sopito. 

Ma come si compone lo scenario degli “impegnati” italiani? Innanzitutto, secondo un rapporto Istat 2009 vi sono ancora 4 milioni di italiani che non si informano mai di politica, per disinteresse e per sfiducia nelle istituzioni. C’è, poi, un importante segmento di popolazione che risulta essere partecipe invisibile: non fanno attività di sostegno alla politica, ma si informano e ne dibattono costantemente con altre persone. Tra questi, per molti la TV continua ad essere il mezzo principale di contatto con le questioni di attualità, e da qui si può comprendere il disinteresse e la sfiducia. Talk-show come Annozero e Ballarò, che di base avrebbero contenuti interessanti, si tramutano costantemente in baracconi, con insulti e battibecchi di scarso interesse per gli spettatori.

C’è una parte crescente, invece, che si sta facendo strada nel web: è la generazione emergente attiva, quel segmento che l’indagine di Repubblica chiama “Cives”. L’accesso a maggiore e migliore informazione rispetto alla TV generalista, la pluralità di opinioni, la possibilità di far sentire la propria voce e condividere le proprie idee, sono gli elementi sui quali si fonda il nuovo movimento di giovani interessati alla politica e con a cuore il destino dell’Italia. La combinazione tra la scarsa fiducia nei media tradizionali, la familiarità con gli strumenti 2.0 e, soprattutto, l’insofferenza nei confronti dello stallo politico del nostro paese (che sembra dare sempre poche aspettative alle nuove generazioni) sta facendo riemergere ampi gruppi di ragazzi attivi, che nascono on line e spesso si mobilitano nella realtà. Esempi principali sono il Popolo Viola e i “grillini”, nati come movimenti in rete e sfociati in manifestazioni in piazza e in micro entità politiche.

Questa situazione in divenire è senz’altro positiva, segno che il disinteresse e il qualunquismo politico non rappresentano il futuro, e che le nuove generazioni hanno il desiderio di mobilitarsi per destino sociale ed economico dell’Italia. La speranza è che, però, queste nuove forme di attivismo giovanile crescano in modo pacifico e non violento, maturo e non radicale, culturale e non politico\strumentale, impegnato costruttivamente e non “distruttivamente”.

Sarebbe bello poter creare in Italia uno spazio di confronto stile OpenDemocracy, dove studenti ed esperti collaborino sinergicamente per il Paese, con una visione condivisa e responsabile. La stessa piattaforma potrebbe essere la base di raccolta di tutte le iniziative di democrazia diretta, che sembra l’unica via per risolvere le vicende italiane, dato che il blocco politico cronico sembra destinato a perdurare per molto.

Citando da Wikipedia:

la democrazia diretta è la forma di democrazia nella quale i cittadini non sono soltanto elettori che delegano il proprio potere politico ai rappresentanti, ma sono anche legislatori con il diritto di proporre e votare direttamente le leggi attraverso diversi istituti di consultazione popolare e diverse forme di partecipazione popolare.

 Segnalo alcuni movimenti di direct democracy già attivi:

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