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Archive for dicembre 2010

>Google e la società delle risposte

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Recentemente è passato sugli schermi televisivi uno spot di Google che mi ha indotto ad una riflessione, che in realtà mi frullava in testa già da un pò: il motore di ricerca web è un mezzo davvero così fondamentale nelle nostre vite? Ed è realmente un fatto positivo trovare una risposta fulminea (siamo nell’ordine dei millesecondi) ad ogni piccolo e grande dubbio della nostra quotidianità?

Così, dato che anche io mi ritrovo a risolvere alcune questioni on line, mi sono imbattuto una diatriba già avviata da tempo, in seguito all’uscita di un articolo di Nicholas Carr dal titolo eloquente: Google ci sta rendendo stupidi?

In pillole, Carr sostiene che la rete in generale (di cui Google ne incarna l’aspetto popolare, insieme a Facebook, YouTube e pochi altri) priva l’essere umano delle capacità di contemplazione e riflessione, di sottrarre tempo alla lettura di libri cartacei e di far perdere la concentrazione nell’assorbimento di passaggi e ragionamenti più lunghi.

In realtà, gli effetti del web sulle nostre vite sembrano andare oltre, perchè non è solamente nei ragionamenti più complessi che incontriamo degli ostacoli, ma anche in quelli più semplici, come dimostra la diffusa abitudine di cercare in internet le soluzioni ai piccoli problemi quotidiani. Non è un caso che Google, come dimostrato dal nuovo spot, si stia ambiziosamente posizionando nel mercato come “facilitatore” delle nostre problematiche, abbandonando il ruolo di semplice fornitore neutrale di informazione e diventando un “fornitore di risposte“.

A fronte di questo, si può dire che senz’altro Internet, accelerando la velocità di lettura, sta accorciando le nostre capacità di interpretazione e pensiero. Abbiamo ridotto la soglia di parole in grado di assorbire (e di conseguenza il nostro vocabolario) e aumentato la velocità di elaborare un ragionamento. Seguendo due direzioni:

– da un lato, il concetto di “fast living” si è trasposto alla rete: raccolta e assimilazione di informazioni stanno viaggiando alla velocità del click, facendo perdere quella lentezza (che per molti sta diventando una filosofia di vita) che il ragionamento umano richiede per formulare pensieri sensati, convincenti, non avventati.
– dall’altro, perchè le risposte ci vengono già date dal sistema, riducendo il nostro sforzo individuale, critico e creativo, alla risoluzione di un problema.

Mettiamo anche che ci sono studi che confutano le teorie di Carr e sostengono che le modalità di fruizione del web aumentano le capacità di esercizio cerebrale, anche nel caso di ragionamenti complessi. Ma, al di là di questo, delle riflessioni vanno fatte.

L’informazione facile è una benedizione per la nostra società, i mezzi di comunicazione sono fondamentali per il progresso e lo sviluppo delle coscienze, e l’era dell’accesso” è una rivoluzione epocale che sta cambiando (in meglio) la vite di moltissime persone. Fino a qui è tutto vero.

Ma, se nel decennio che si affaccia, le risposte a nostra disposizione saranno molte più delle domande che faremo, il nostro quoziente intellettivo sarà necessariamente destinato a calare. Saremo sempre più compulsivi nell’uso dei motori di ricerca, e le risposte che troveremo saranno sempre più standard, perchè ci andremo a leggere solo quelle indicizzate nella prima pagina. Quindi, troveremo sempre meno modalità di risolvere lo stesso problema, e, avendo meno tempo per assimilare ed interpretare, le nostre azioni potrebbero essere sempre meno personali, meno creative, meno estrose, perchè saremo inevitabilmente portati a fare quello che ci dice Google e non quello che pensiamo noi.

Quindi ben venga utilizzare questo metodo nel lavoro, magari, dove la velocità può essere fondamentale, ma evitiamo di farlo nelle nostre vite, dove non basta lanciare una ricerca e lasciar guidare le nostre azioni da un sito internet (magari patetico come Yahoo Answers).

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>Cellulari e social network: un effetto sinergico?

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Sul numero della rivista Wired di dicembre è uscita una tabella interessante sui macro numeri della telefonia cellulare dell’ultimo decennio, che riporto qui a fianco.

La denominazione di Homo telefonicus non è poi così avventata, se si prende in considerazione il consumo di telefonia cellulare mensile nel mondo: 1220 miliardi di minuti, una cifra sbalorditiva.

Un’altra statistica da sottolineare è quella che vede l’Italia
al 4° posto nel mondo per rapporto cellulari\abitanti, a conferma che il mezzo di comunicazione che preferiamo è proprio il telefonino, o che comunque preferiamo averne più di uno a testa. Un trend che sembra essere in calo, stando a questo articolo.

Il dato che, però, vorrei approfondire, è l’aumento dei minuti mensili dal 2000 al 2009: si è passati da quasi 3 ore a circa 4 ore e mezza al mese passate al cellulare da ognuno di noi. Piuttosto incredibile, se si considera l’esponenziale crescita dei social network dal 2008 ad oggi (leggasi Facebook in questo senso): è incomprensibile come il “cittadino medio” possa trascorrere 266 minuti al mese col cellulare all’orecchio. Soprattutto quando Facebook è dotato di strumenti di chat e mailing molto intuitivi e immediati, che dovrebbero rendere la comunicazione telefonica molto più marginale. Se a questo aggiungiamo anche il fenomeno Skype, programma molto diffuso anche negli ambienti lavorativi, un numero così alto di consumo telefonico non è del tutto verosimile. Possiamo però individuare tre elementi che, almeno in parte, possono fornirci delle indicazioni al riguardo:

– la tabella di Wired cita il mercato degli smartphone, cresciuto del 55% nel solo 2010. In Italia siamo a 11 milioni di pezzi venduti, ma è un numero sicuramente destinato a crescere date le infinite funzionalità (in termini di accesso alla rete, social networking e applicazioni) di questi device, e il massivo bombardamento di marketing delle compagnie telefoniche e produttrici di tali prodotti. L’interesse verso gli smartphone è un primo elemento che tiene e terrà alto per molti anni il consumo di telefonia; 
– nei paesi in via di sviluppo il mercato dei cellulari sta attualmente vivendo un boom. Il numero di persone che dispone di cellulari è incredibilmente più alto di coloro che accedono ad internet: nella sola India 500 milioni di persone ne possiedono uno (vedi qui);
– negli ultimi cinque anni le imprese del settore hanno visto affacciarsi un nuovo segmento di consumatori di cellulari: i bambini. Questo articolo da una panoramica dell’andamento: più di un bambino su due tra i 7 e gli 11 anni ha un telefonino, per poter essere sempre raggiungibile dai genitori, giocare e inviare messaggi. Cresce l’utilizzo anche tra gli adolescenti, che se ne avvalgono anche per la navigazione internet.

In altre parole, i social network non sembrano aver poi infastidito più di tanto i colossi della telefonia, che anzi ne hanno saputo sfruttare la crescente diffusione per modificare le abitudini di utilizzo dei cellulari. Dai sms ai messaggi su Twitter e Facebook grazie ai nuovi smartphone, senza che il traffico voce ne risenta: è segnata la sinergie di due settori con presupposti di business diversi, ma convergenti dal punto di vista del prodotto che offrono: la comunicazione. Il flusso comunicativo mondiale è in costante incremento, con mezzi sempre più innovativi e multifunzionali. Sarebbe, a questo punto, più indicativo chiamarla l’era dell’Homo Communicativus, piuttosto che “telefonicus”.

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>Il sistema educativo attuale: uno spreco di risorse creative?

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In un periodo in cui si sta parlando a lungo di riforma universitaria, capita a proposito questo video, ben fatto, in cui Ken Robinson espone idee molto interessanti sul sistema educativo.
Robinson afferma che il sistema attuale è ancora fortemente legato alla cultura illuministica e industriale, e troppo basato sul metodo deduttivo. In questo modo, secondo Robinson, le idee e la creatività innate in ogni bambino vengono marginalizzate nella crescita, imponendo un metodo e degli argomenti di studio che non stimolano interesse e attenzione nei ragazzi. Una cosa piuttosto drammatica, perchè una volta persa la curiosità e la “voglia di imparare”, difficilmente sarà possibile ritrovarle in un’età adulta. Robinson chiama questo processo “anestetizzazione” degli studenti.
Questo paradigma, ancora dominante, porta ad una conseguenza ben precisa: un enorme spreco di creatività e risorse intellettive. I ragazzi, invece di essere stimolati a estrapolare il proprio talento e la fantasia creativa, vengono incanalati in un sistema scolastico troppo rigido e uniformato, che produce un’offerta di diplomati e laureati assolutamente standardizzata. Stesse materie, stesse esperienze, stesse competenze, per migliaia di studenti sfornati ogni anno. Che non possono essere assorbiti dal mondo del lavoro.
E poi, quanti studenti decidono di non iscriversi all’università credendo di non essere all’altezza, a causa di un modello educativo che non è riuscito nell’impresa di stimolarli, di svegliargli, di credere in loro stessi? E quanti di loro hanno un potenziale creativo che potrebbe essere spremuto, utilizzato, anche per fini socialmente utili?
Quello che la nostra società, profondamente in cambiamento, richiede è una rivoluzione progressiva del sistema educativo, dove l’enfasi sia sempre più posta sulle capacità creative e innovative dei ragazzi e non soltanto sulla memorizzazione e sul metodo di studio tradizionale, oramai ampliamente superato.
Due contributi a supporto: l’importanza di sviluppare ed esercitare nel tempo il pensiero laterale di De Bono, utilizzabile in maniera trasversale e un bell’esempio di “università convergente”: il MIT Media Lab.

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>Organizzazioni mafiose: marketing e egemonia

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Ieri sera mi sono trovato a seguire con grande interesse il dossier di Matrix sulla criminalità organizzata, dove era presente anche Gianluigi Nuzzi, autore del libro Metastasi.

Nuzzi porta sotto i riflettori un problema scomodo e poco conosciuto: le organizzazioni mafiose non operano soltanto al Sud, ma vi è una forte e radicata presenza anche al Nord. Le confessioni esclusive del pentito Di Bella causeranno di certo uno scossone politico alla Lega, che anche di recente si era difesa con veemenza sull’argomento.

Le ragioni che hanno spinto queste organizzazioni ad allargare i tentacoli al Settentrione, sono assimilabili a delle comuni strategie di mercato. In una recente intervista al Prof. Enzo Ciconte, storico della criminalità organizzata, emergono spunti interessanti riguardo al marketing della malavita, se così si può chiamare :
– la mission di queste organizzazioni è controllare l’economia, attraverso la gestione di sempre maggiori traffici illegali, come droga e prostituzione, grazie a una rete di rapporti su scala internazionale (soprattutto con i paesi del Sudamerica);
– la ridotta capacità di spesa degli abitanti meridionali sui prodotti immessi nel mercato nero (droga e sigarette) ha necessariamente portato le organizzazioni a delle strategie di espansione verso Nord, dove un migliore tenore di vita costituiva (e costituisce) un bacino di clienti finali molto più ampio e redditizio per i business illeciti;
– i fattori infrastrutturali, come migliore viabilità, reti di comunicazione, ecc. hanno facilitato, negli anni, le operazioni di insediamento e di networking nelle regioni del Nord;
– le prospettive occupazionali delle regioni più ricche hanno attirato al Nord molti emigranti meridionali, tra cui una buona percentuale di soggetti legati alla malavita. Questi soggetti hanno imposto l’egemonia mafiosa anche tra gli immigrati “onesti”, di fatto diffondendo la cultura mafiosa anche al Nord.

Ma, brevemente, cos’è questa cultura, quali sono gli elementi caratterizzanti il modus pensandi mafioso?
Innanzittutto la Mafia è una vera e propria egemonia culturale, che Antonio Gramsci intende come:

il dominio culturale di un gruppo o di una classe che sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo

Questi punti di vista condivisi da tutti gli strati della popolazione, ad eccezione di una minoranza (imprenditori, commercianti e cittadini che si oppongono all’illegalità), costituiscono quella che Alex Giordano chiama una “forma mentale” che aderisce ad un preciso sistema gerarchico di potere, contrapposta allo Stato Italiano, visto come soggetto usurpatore, estraneo, nemico. In questo sistema egemonico accettato dai più, i valori di accettazione sociale sono quelli della prepotenza, dell’arroganza, del successo e del denaro: chi non aderisce a questi valori rischia di non sopravvivere.

Ecco perchè le fondamenta della lotta alla criminalità organizzata passano dall’educazione ai piu piccoli: scuole, chiese, organizzazioni giovanili, dove l’egemonia (ancora non dominante) della legalità cerca di essere diffusa prima che i ragazzi vengano “inquinati” irrimediabilmente dai valori dell’illecito. A questo scopo non può che far bene un libro come quello Antonio Nicasio , che parte dalla spiegazione del fenomeno non compreso dai ragazzi che vi nascono all’interno, proprio perchè parte imprescindibile della cultura di appartenenza.

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>Percepire il cambiamento climatico

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Direi che partiamo con un tema “soft” per inaugurare questo piccolo spazio 🙂

Quando si parla di riscaldamento globale regna ben poca chiarezza tra i non addetti ai lavori, i cittadini qualsiasi come me. A un primo stadio c’è il bivio tra scettici e “credenti”: al di là di quelli che hanno consapevolezza che il problema è reale e impellente, troviamo non poche persone che negano il fenomeno. Queste ultime sono probabilmente il retaggio di una scaltra disinformazione politica. Al proposito leggete questo post

Da pochi giorni è uscito un piccolo volume che vuole far chiarezza su un tema così delicato e indirizzare i lettori verso una maggiore comprensione del dibatitto in corso ormai da più di un decennio. Rimando al blog di Pasini sul Sole24Ore, del quale cito un passaggio:

Tanti mi chiedono: “A chi devo credere? A chi dice che la fine del mondo è vicina o a chi afferma che non sta succedendo niente?”. Dato che si tratta di problemi scientifici, non si tratta ovviamente di “credere” più o meno fideisticamente a qualcosa o a qualcuno, ma di valutare le informazioni scientifiche che vengono dal mondo della ricerca senza farsi “sballottare” tra le opinioni più varie e spesso totalmente contrapposte.

Tra quelli, invece, che hanno intuito la gravità del problema si pone un’altra distinzione piuttosto netta: parliamo di passivi e attivisti. Gli attivisti sono una ristretta minoranza, sono coloro che didicano tempo e risorse per un’azione proattiva di pressione, a volte anche molto forte, come gli adepti di Greenpeace, che si mobilitano in modo simbolico e “plateale”. I passivi siamo noi. Non sfidiamo il sistema, non usciamo da casa a perdere il nostro prezioso tempo in modo proattivo, seguiamo il dibattito e abbiamo coscienza del problema, ma le nostre azioni, al più, si limitano alla raccolta differenziata, a piccoli gesti quotidiani di rispetto per la natura, nei casi maggiori ad acquistare automobili meno inquinanti..

A questo punto mi chiedo: perchè una questione così prioritaria, direi fondamentale per la storia dell’umanità e della sopravvivenza delle generazioni future, è quasi schivata dal grande pubblico, non è fonte di discussione, di confronto e perchè no di “competizione proattiva” sui temi ambientali?

Una spiegazione interessante arriva dal David Ropeik, in questo articolo, il quale afferma che il principale ostacolo all’emergere di una coscienza climatica forte, che si ripercuota anche in azioni, è la mancata percezione dei rischi:
– nessuno è in grado di percepire un’impatto tangibile sulla propria vita nell’arco di un decennio;
– nell’immaginario collettivo non si è ancora creata una “simbologia” un richiamo mentale, come può essere per altre catastrofi naturali che i media ci sbattono in prima pagina: alluvioni, terremoti, uragani. Seppure questi eventi sono una conseguenza dello scenario in atto, manca un collegamento mentale alla “big picture”, come se si trattasse di eventi casuali e isolati.
– mancanza di controllo su questa tipologia di rischi: troppo astratti, troppo “macro” per poter avere un risvolto nella vita di tutti i giorni.

Più avanti proverò ad approfondire alcuni di questi aspetti, cercando di comprendere se e come la coscienza collettiva in merito alle questioni ambientali potrà allargarsi.

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