Il turismo sanitario tra low cost e opportunità

Sembra che il 4% degli europei che devono sottoporsi a cure sanitarie lo facciano fuori dal proprio paese. Parlo del cosiddetto turismo sanitario, ossia della pratica sempre più diffusa di emigrare all’estero per sottoporsi a cure mediche.

Prima di tutto, va fatta una distinzione tra due tipologie di pazienti, tra le quali passa una bella differenza: da un lato ci sono i malati bisognosi di cure altamente specializzate, che si recano nei principali centri “di eccellenza” europei, strutture avanzate (e costosissime) in grado di poter risolvere al meglio le patologie meno diffuse. Dall’altro lato, invece, ci sono i pazienti alla ricerca di cure low cost, che emigrano per ridurre la spesa di interventi che potrebbero comunque effettuare nel proprio paese, ma a costi molto più alti.

Il turismo sanitario è un fenomeno molto diffuso anche negli Stati Uniti, dove per chi non ha un’assicurazione privata (perlopiù cittadini non-americani) è comunque conveniente valicare i confini per curarsi in altri paesi, come Cuba e Colombia. Ma, andando nello specifico, quali sono le tipologie di intervento per le quali si è disposti a spostarci?

Per quanto riguarda il segmento low cost, le operazioni più “gettonate” sono: interventi di chirurgia plastica, operazioni dentali e protesi agli arti. Per gli impianti dentali le mete predilette sono l’est Europa (Bulgaria e Romania) mentre per le plastiche si arriva fino in Argentina. In realtà, offerte di strutture di qualità a costi bassi si trovano anche in India, Indonesia, Thailandia e Hong Kong.

Riguardo ai costi, il risparmio sulle cure di questo genere può arrivare fino al 60% per un europeo. Interessante questa tabella, che mostra una comparazione delle spese sui vari interventi. Per i cittadini USA è ancora più conveniente, dove, se una protesi al ginocchio in patria arriva a costare 125.000 dollari (circa 90 mila euro), lo stesso intervento in India si aggira sui 25.000 dollari (meno di 20 mila eur). Ovvio che, con un gap simile, le spese di viaggio e soggiorno all’estero non sono un fattore che incide sulla scelta. Anzi, in alcuni casi sono un motivo in più per scegliere questa soluzione, come vedremo ora.

Per quanto riguarda la sanità specializzata, il panorama è molto più vasto, nel senso che le tipologie di cure possibili sono molte, così come i centri avanzati in Europa: alcuni esempi, il KCM in Svizzera per la riabilitazione di paraplegici, o il Kliniken im Landkreis Lorrach (Germania) per la chirurgia ortopedica. In questo segmento, sempre di più sono le coppie con problemi di fertilità che si recano nelle principali cliniche europee, a causa delle restrizioni della legislazione italiana sulla fecondazione assisitita.

Ritornando sul low cost, come dicevo, è interessante notare come le motivazioni di chi ricorre a cure fuori patria non sono legate soltanto all’operazione, ma anche alla possibilità di fare turismo vero e proprio, abbinando la cura medica alla visita della città e rendendo piacevole questo tipo di trasferta.

Ecco quindi che molte agenzie di viaggio non si sono lasciate sfuggire le opportunità del turismo sanitario: alcuni operatori organizzano pacchetti “all-inclusive”, con tanto di volo, hotel di lusso, operazione e un’accompagnatore. Tra le garanzie e i servizi offerti ai clienti c’è l’assistenza medica garantita al rientro in Italia, fondamentale per trasmettere un feeling di “sicurezza” e “serietà”. Poi, la possibilità di inviare foto e cartella clinica del paziente ai medici d’oltrefrontiera, per stimare tempi e costi dell’intervento e attivare una prima forma di contatto a distanza, mostrando quindi anche il lato “professionale”, fondamentale per rassicurare i pazienti lontani. Non mancano le trovate ingegnose, come i “pacchetti sanitari” per i viaggi di nozze, dove durante la luna di miele si può approfittare per un ritocchino estetico ed un ritorno in patria più “belli e felici” (magari suscitansdo l’invidia delle coppie di amici).

Insomma, l’unione tra turismo e sanità sembra aver aperto prospettive e sinergie interessanti per diversi attori: le agenzie di viaggio specializzate in questo tipo di pacchetti, le agenzie turistiche classiche che puntano alla differenziazione e, soprattutto, le cliniche che decidono di attrezzarsi per ricevere una clientela di pazienti internazionali (turismo sanitario in incoming). Un esempio nostrano ci arriva dal Veneto, che si sta attrezzando per diventare una meta ambita per il turismo sanitario internazionale, puntando su convenzioni con assicurative americane, che dirotteranno i pazienti in cerca di cure verso le cliniche venete, e sulla valorizzazione del settore termale (non solo operazioni quindi, ma anche benessere e cura del corpo).

Ecco quindi come la valorizzazione di servizi e strutture medico-sanitarie può essere un’opportunità per rendere attrattivo un territorio e aumentare i flussi turistici in entrata. Quello che rimane fondamentale è agire in ottica sistemica, elaborando strategie di marketing condivise tra cliniche, agenzie di incominng, enti turistici ed enti pubblici, facendo grande attenzione a comunicare sapientementemente ai mercati di riferimento (i potenziali pazienti esteri), puntando su aspetti quali sicurezza, qualità e completezza del servizio.

Categorie: Uncategorized

Albergo diffuso e turisti "permeabili"

>

Stavolta passiamo a un argomento un pò diverso, che mi sono trovato ad approfondire negli ultimi giorni. Parliamo di marketing del territorio e albergo diffuso.

Il concetto di albergo diffuso è piuttosto semplice: ci sono una serie di strutture separate presenti in una determinata area (ville, appartamenti, piccole tenute), che sono collegate ad un’unica reception centrale. In pratica, invece di essere un hotel costituito da tante stanze diverse, è composto da appartmenti disseminati per la città. Fino a qui, nulla di speciale.

Quello che rende il concetto interessante, è che un albergo diffuso acquista valore se collegato al territorio e allo stile di vita delle persone che vi abitano. Queste strutture sono (o dovrebbero) essere parte di un luogo abitato, popolato, fervente, dove il turista riesce a vivere il life-style caratteristico della zona.

L’albergo diffuso ha, su tutte, due importanti ricadute economiche per le aree nelle quali sono inserite.
Innanzitutto, la rivitalizzazione di aree in via di abbandono: rendendo queste zone attrattive per i turisti, si riescono a ripopolare città e villaggi ricchi di storia e tradizioni, che altrimenti andrebbero a declinare a causa della fuga delle nuove generazioni. Attività, manifestazioni, eventi, persone: tutto contribuisce a rigenerare gli antichi borghi, belli da vivere sia per i residenti che per i visitatori.

Poi, la destagionalizzazione dell’offerta: la destinazione turistica dove è presente un albergo diffuso risulta attrattiva per tutto l’arco dell’anno; le scene di vita e la comunità locale (che sono i principali elementi di questo tipo di esperienza) sono presenti in ogni stagione. Con il vantaggio che i visitatori possono “assaporare” aspetti diversi e sempre nuovi di una località che varia la propria offerta a seconda del periodo. In questo modo, si riescono a generare introiti di gran lunga maggiori rispetto alle destinazioni cosidette “stagionali”.

L’albergo diffuso, che è un’idea tutta italiana, ha due aspetti molto interessanti anche dal punto di vista del marketing.

Il primo è legato all’autenticità dell’esperienza vissuta: nulla è costruito o organizzato a pacchetto; gli elementi dell’esperienza sono gli abitanti stessi del luogo e gli spaccati di vissuto che riescono a far vivere al visitatore, che si immerge nella vita e nelle usanze locali, vivendo un’esperienza unica e autentica. La ricerca dell’autenticità nei prodotti e nelle esperienze da parte dei consumatori, è una tendenza che attraversa tutti i settori, come ci ricordano i cari Pine e Gilmore, che su autenticità e marketing hanno scritto un libro.

L’altro apetto è collegato alla lentezza, allo “slow living”, un nuovo modo di vivere che si sta facendo sempre più largo nella nostra società. Questo stile di vita, che ha sempre più promotori, si contrappone alla velocità, al modo di fare spasmodico della modernità, proprio soprattutto delle grandi città. Ecco che alloggiare in un’albergo diffuso e vivere un’esperienza di questo tipo, è un modo per ritrovare quella lentezza che fa bene al corpo e all’anima, e che ci permette di cogliere quegli aspetti più piccoli e significanti di un luogo, di un cibo, di una relazione umana, che in una “fast-holiday” non saremmo in grado di cogliere.

Detto questo, a quale tipologia di turisti si rivolge questo tipo di offerta territoriale?

Secondo Giancarlo Dall’Ara, ideatore del concetto di “albergo diffuso” in Italia, il target sarebbero i cosiddetti turisti “permeabili“. Il turista permeabile è un turista curioso, predisposto agli eventi (e agli imprevisti) che gli possono capitare nel viaggio, che non si limita a scattare fotografie, ma che parla con le persone, che vuole comprendere le differenze, che vuole entrare (nel possibile) nei tratti tipici della cultura locale, e assorbire lo “spirito del luogo”. Spesso, il turista permeabile è anche un turista colto, ricercato, con buone capacità di spesa e un’alto livello culturale, interessato al folklore, alla storia e alle tradizioni locali.

A mio avviso, però, la permeabilità non deve essere soltanto una caratteristica dei turisti, ma anche della popolazione locale, il cui grado di apertura verso gli stranieri deve essere alto. Essere accoglienti, conoscere le lingue, mostrarsi predisposti al dialogo e all’interazione: tutto contribuisce a migliorare la qualità dell’esperienza, lasciandola comunque autentica. Per far sì che il meccanismo funzioni, andrebbe sviluppata una “cultura dell’accoglienza”: i promotori dell’albergo diffuso, insieme agli enti locali, devono far capire agli abitanti del luogo i vantaggi derivanti da un’apertura in questo senso nei confronti dei visitatori.

Categorie: Uncategorized

Questioni di banda

Oggi riprendo una riflessione postata sulla nostra pagina Facebook aziendale. Mi sembrava interessante parlare anche qui di alcuni trend che si stanno profilando nella rete.

Internet sta cambiando piuttosto velocemente, passando da semplice contenitore di servizi a potentissima piattaforma di contenuti. Il passaggio dal 2.0 (fatto di sharing, peer2peer, blog, social network), al 3.0 è caratterizzato da due elementi, su tutti:

- Il real-time, la condivisione di contenuti in tempo reale. In molti comparti si stanno diffondendo le modalità per condividere flussi di dati audio/video live, dalle imprese, alle Università, ai privati: basti pensare alle video-conferenze, alle lauree on-line, ai film in streaming ecc.

- Il cloud computing, la “nuvola” della rete. Sempre più software e piattaforme sono fornite dalle aziende senza necessità di installare nulla nel proprio pc. L’ultimo esempio è Office 365 di Microsoft. In pratica, invece di acquistare un pacchetto da installare, si paga un canone annuale per accedere al servizio “hostato” nella rete.

Oltre a queste, che sono già una realtà consolidata (e una miniera d’oro per le aziende che ci hanno investito), abbiamo altre novità interessanti, delle quali si inizia molto a parlare. Tra tutte, il reality augmenting (realtà aumentata), ossia la possibilità tramite device mobile di aggiungere elementi virtuali alla realtà, e il web semantico, un sistema di ricerca e collegamenti ipertestuali evoluti, che permetterà di fare ricerche sempre più elaborate e complesse.

La questione scottante è questa: il nuovo modo di utilizzare la rete, soprattuto in relazione al real-time sta portando ad una saturazione della banda attuale. I contenuti real-time sono molto “esosi” da questo punto di vista; basti pensare che per caricare un solo video su Youtube è richiesta banda equivalente all’apertura di 100 pagine web. Per ampliare la banda attuale, però, sono necessari ingenti investimenti, che sono tutti a carico di chi gestisce queste infrastrutture (Telecom, Fastweb e compagnia bella).

Mentre i content provider (Facebook e Goole su tutti), che hanno portato il mercato verso questa direzione, traggono enormi ricavi dall’uso della rete, senza contribuire al suo sviluppo. Ecco perchè in molti iniziano a chiedere che questi colossi collaborino con gli operatori delle tlc per il potenziamento dell’infrastruttura. C’è chi parla di un “pedaggio” e chi vorrebbe far condividere parte degli introiti pubblicitari di Google e soci.

Inoltre, e questo è l’aspetto che ci interessa maggiormente, per gli utenti finali si potrebbe profilare un web “a due velocità”: gli Internet Service Provider offrirebbero piani e tariffe differenziate, a seconda delle modalità di utilizzo del traffico internet. Per semplificare, un video in streaming nelle ore di punta potrebbe costare più che mandare e-mail in piena notte. Staremo a vedere, noi restiamo in attesa!

Categorie: Uncategorized

>Bistecche e sigarette, e l’ambiente ne risente…

>

Torniamo a parlare di inquinamento atmosferico, stavolta partendo dall’Energy Report WWF 2011. Secondo questo dossier, piuttosto ottimistico, è perfettamente possibile ridurre l’inquinamento atmosferico in maniera drastica entro il 2050.

Tra le altre cose, emerge che uno dei fattori che incidono sulle emissioni di gas serra è il consumo di carne, la cui riduzione nei paesi ricchi produrrebbe effetti benefici sul clima. Al proposito, anche Rifkin nel suo ultimo libro “La civiltà dell’empatia” riporta che “l’allevamento bovino genera ingenti qualtitativi di metano [...] e rappresenta la seconda causa di riscaldamento globale”. Rifkin aggiunge che secondo uno studio FAO il bestiame produce il 18% delle emissioni di gas serra, più del settore dei trasporti, di cui avevo parlato nel precedente post. Una delle cause di emissioni di gas serra sarebbe il letame, che produce “65% delle emissioni antropogeniche di N2O”. Altre fonti, citano che il bestiame produrrebbe addirittura il 51% dei gas serra, pari a oltre 32 tonnellate di biossido di carbonio: anche qui, una cifra maggiore di quella generata dai trasporti. 

Ora, al di là dei numeri, sempre opinabili, è innegabile che il consumo di carne sia un’altra delle cause del surriscaldamento globale che passano completamente inosservate. Mancata informazione e, di conseguenza, mancata percezione dei rischi e delle conseguenze, fanno sì che usi consolidati continuino a rappresentare un danno per la salute del pianeta. In questo caso, tra le soluzioni proposte vi sarebbe proprio una modifica delle abitudini: il passaggio nel mangiare da quattro a due volte a settimana carne a tavola, sostituendola con frutta e verdura, fino a passare a prodotti a base di soia e agricoltura vegetale. La percezione del pubblico su questi alimenti, però, è ancora troppo legata a stili di vita “salutari“, mentre sarebbe importante sottolinearne gli effetti benefici sul cambiamento climatico. 

Un’ulteriore elemento che contribuisce all’inquinamento atmosferico, seppur in maniera minore, è il consumo di sigarette. O meglio, non solo il consumo, ma tutto il processo produttivo. Partendo dalla deforestazione, fino alle “cicche” buttate a terra, che contengono diverse sostanze cancerogene, costituendo di fatto un rifiuto tossico. Sembrerebbe una banalità, ma anche qui si ragiona sui grandi numeri: 72 miliardi i mozziconi che ogni anno vengono gettati a terra in Italia, di cui buona parte vanno nelle fogne, che confluiscono in mare e sono la prima causa di inquinamento del Mediterraneo. Sembra incredibile, eppure è così. Il fatto che stupisce, è che non se ne parla

Da questi punto di vista, la comunicazione può fare molto: partendo dalle campagne istituzionali, fino alla sensibilizzazione tra i cittadini. Però, se al prodotto sigaretta può essere più “facile” associarvi dei valori negativi (che si aggiungono agli effetti dannosi alla salute), sul consumo di carne non è così: il settore non è sicuramente abituato a convivere con lobby che spingono in questa direzione, piuttosto si punta sugli aspetti che valorizzano il prodotto, come l’origine e la tracciabilità.

Parlando di sensibilizzazione, una bella iniziativa è 1billionhungry, che punta sulla viralità “social”, invitando gli individui a firmare la petizione, potendo tracciare l’impatto sociale del proprio attivismo. L’obiettivo è fare pressione sui politici per il problema della fame nel mondo. Ci vogliono anche questo tipo di campagne (e molto di più) per cambiare abitudini e percezioni del grande pubblico, che spesso è ignorante, perchè non sa, e troppo spesso lassista, perchè non vuole cambiare.

Categorie: Uncategorized

>Chi sono questi solopreneur?

>

Un interessante articolo apparso su L’espresso qualche settimana fa, mi ha spinto a scovare maggiori informazioni su una nuova categoria di figure sociali: i cosiddetti solopreneur.

I solopreneur sono imprenditori individuali che offrono attività di collaborazione ad aziende, un pò come fossero liberi professionisti. Sono una “specie” esistente perlopiù negli USA, dove addirittura sembra che buona parte delle piccole imprese sia costituita da questo tipo di imprenditori. Potrebbero essere associati ai freelance, che sono dei liberi professionisti, perlopiù copywriter, grafici, giornalisti, creativi e consulenti. In realtà, i solopreneur sembrano avere delle caratteristiche proprie, che portano a considerarli una categoria a sè:

- hanno uno stile di vita proprio. Chi ha già sentito parlare di marketing tribale troverà nei solopreneur una comunità di marchio, o meglio, una comunità legata intorno a un’attività, quella di imprenditore individuale. In questo sito, ad esempio, si trovano prodotti, oggettistica e libri dedicati a chi vuole sposare appieno la causa. Qua, abbiamo la guida per solopreneur, una sorta di manuale di sopravvivenza per tutti quelli del mestiere.

- pongono grande attenzione all’ambiente e al risparmio energetico. Questo vale sia per la loro base di lavoro (casa propria, in genere), dove tutto deve essere improntato alla massima sostenibilità, sia per le aziende per le quali collaborano. I solopreneur scelgono spesso di essere remunerati tramite la partecipazione azionaria in aziende “green”.

- fanno uso massiccio di internet e social network per pubblicizzarsi. I solopreneur gestiscono e comunicano sè stessi come fossero prodotti. Scopo delle attività di self-branding è quello di farsi conoscere, di trovare clienti e fornitori, di mettersi in contatto con altri solopreneur nel mondo per confrontarsi e scovare occasioni di collaborazione.

I solopreneur avviano delle micro-società, gestiscono il proprio sito web e la propria comunicazione, catturano e curano nuovi clienti in completa autonomia. Solo in rari casi si avvalgono di stagisti per delegare alcune operazioni, ma il loro lifestyle gli impone di sviluppare il proprio business senza dipendenti. In ogni caso, i componenti del team a supporto sono selezionati a seconda dell’adesione alla vision e all’etica dei solopreneur.

Una delle cose interessanti è che intorno a queste figure, si è a sua volta sviluppato un’altro business, quello legato agli aspetti motivazionali. Per essere un valido solopreneur non basta avere idee brillanti e le giuste capacità per realizzarle, ma ci vuole una buona dose di autostima. Ecco che, quindi, sono nati diversi siti e manuali di coaching, con tutte le istruzioni per ottenere il massimo da sè stessi. C’è da dire che lo stile di vita e lo spirito “motivazionale”, è proprio della cultura americana dell “how to do“, con i soliti guru che redigono manuali di istruzioni e coach/psicologi che ne descrivono la filosofia (con tanto di test per vedere se si ha il DNA giusto).

Per concludere, i solopreneur sono una categoria che coinvolge tutta una serie di figure (liberi professionisti, singoli imprenditori, giovani start-uppers) che condividono valori precisi, come la professionalità, la sostenibilità ambientale e il rispetto per sè stessi e per le persone con per le quali lavorano. Il tutto condito da una serie di regole e “istruzioni per l’uso” per ottenere successo nel mercato.

Qua da noi, questa particolare categoria di imprenditori non è diffusa (considerando che, a differenza degli USA le piccole imprese sono spesso costituite da manciate di dipendenti), ma sicuramente potrà diffondersi. Alcuni fattori, come la crisi occupazionale e la necessità di reinventarsi, sta portando molti a trovare nuove vie individuali di lavoro creativo.

Eppoi, c’è un aspetto interessante, quello legato alla collaborazione tra elementi della comunità, che in alcuni casi in Italia è già realtà. Parlo di Italian Startup Scene, una gruppo di persone che condivide idee, progetti e conoscenza sull’avviamento di impresa, basata sulla condivisione e sulla collaborazione. Nel gruppo Facebook, ogni giorno, giovani imprenditori, studiosi ed esperti collaborano al flusso continuo di idee e informazioni. Rendendo più facile la vita a chi vuole avviare una start-up: dall’implementazione del progetto, alla raccolta di fondi di finanziamento, alla ricerca di soci e partner. Tutto tramite le potenzialità del web.

Categorie: Uncategorized

>iPad nei licei. Ma è di lui che abbiamo bisogno?

>

Gli sviluppi della tecnologia portano con sè opportunità ma anche dubbi. Uno dei quali si inizia a dibattere è l’uso dell’iPad nelle scuole. E’ notizia recente che negli USA saranno introdotti in un liceo e i più entusiasti parlano già di rivoluzione nei metodi di apprendimento. Quali possono essere i punti a favore e a sfavore nell’introdurre questo device (o suoi simili) nell’istruzione pubblica? Cerchiamo di capirci qualcosa.

Il primo punto riguarda le potenzialità dell’iPad. Sicuramente enormi, con oltre 140mila applicazioni disponibili e touch screen ad alta risoluzione. Ma per lavorare e studiare? Anche qui la situazione è abbastanza interessante, vi sono App come QuickOffice che permettono di aprire, creare e editare documenti compatibili con Windows, ma anche un utilissimo Pdf. reader. C’è anche il microfono integrato, per registrare le lezioni e altre App per creare e visualizzare presentazioni. Da questo punto di vista, l’iPad non è poi così lontano da un normale netbook, ma con una batteria molto più lunga. 

Il secondo punto, più critico, è il costo. Premesso che non sarebbe possibile avere tutti i programmi scolastici in versione e-book, è difficile pensare che possa sostituire completamente zaino e cartella. Quindi, sarebbe una spesa aggiuntiva per le famiglie, molte delle quali difficilmente accetterebbero di tirar fuori 499 euro per un iPad, che sono molti di più del tetto di spesa annuale dei testi (circa 300 euro). Se fosse la scuola a fornirli, ipotizzando 300 studenti iscritti, la spesa si aggirerebbe intorno ai 150 mila euro! Nel liceo USA, la soluzione è stata trovata concedendo un leasing ai ragazzi meno abbienti, che possono noleggiarlo 20 dollari al mese. Sarebbe una cifra accettabile, solo se i libri di testo venissero sostituiti del tutto, appunto. Un altro progetto pilota arriva da Bergamo: qui si propone il comodato d’uso ai ragazzi. Soluzione interessante, ma la spesa iniziale per l’istituto sarebbe comunque piuttosto alta.

Un altro punto (last but not the least), è la necessità di avere una rete wi-fi all’interno degli edifici scolastici. E qui, le reticenze non sono tanto di natura economica, quanto “psicologica”. C’è ancora, infatti, l’infondato timore relativo alla salute dei ragazzi esposti alle reti wireless. Qui ci sarebbe da fare tutto un’altro discorso, che magari rimandiamo ad un’altro post. E’ probabile che un’apertura (culturale) in tal senso possa avvenire nel 2011, dato che, dopo la liberalizzazione del wi-fi, la stampa sta iniziando a creare un clima di consenso, e il “bisogno” di digitalizzarsi supererà i timori reverenziali.

Detto ciò, sarebbe necessario innanzitutto un intervento governativo che destini risorse per l’acquisto di iPad nelle scuole e (non meno importante) per la formazione dei docenti (piu che dei ragazzi) sulle potenzialità educative di questo nuovo strumento.

E’ interessante che Apple fornisca condizioni vantaggiose per acquisti a tali scopi. In realtà, il colosso californiano punta molto su questo aspetto, tanto che l’iPad viene proposto proprio come “dispositivo per rivoluzionare il panorama didattico”. Le app didattiche sono pensate sia per gli studenti che per organizzare le lezioni dei docenti. Rimane però aperta la questione degli e-book, che coinvolgerebbe anche i numerosi editori di testi scolastici: la lotta sui margini potrebbe far alzare ancor di più il costo totale per avere tutti i libri in un iPad.

Insomma, questo tipo di tecnologia non ha ancora un livello di adozione tale da poter essere usato su larga scala, sia a livello di prodotto che di infrastrutture. Sicuramente, alcuni progetti pilota possono farne intuire le potenzialità, dove però il grande attore non è tanto l’iPad (o chi per lui), ma è l’uso di Internet e degli strumenti interattivi di lavoro: i social network, i motori di ricerca, modi nuovi di condividere, di fare teamwork e ricerche, di inventare, di creare. E’ questa la vera rivoluzione che va diffusa, e non c’è il bisogno di investimenti macroscopici.

In un post precedente avevo parlato della mancanza di interesse e attenzione nei ragazzi, che non sono abbastanza stimolati alla partecipazione nelle lezioni. L’istruzione nell’uso ottimale e costruttivo della rete può davvero portare a un tipo di didattica nuova, che faccia esprimere la creatività, la fantasia e il talento dei ragazzi, oltre a dotarli di competenze che saranno utili all’università o nel mondo del lavoro. Ma per questo non è necessario avere un iPad a testa. Non a caso la Apple conta di venderne 45 milioni nel 2011. Ma è difficile che saranno le scuole a garantire un mercato così vasto.

Categorie: Uncategorized

>Inquinamento atmosferico: quanto incidono i trasporti?

>

Ritorniamo su un tema già affrontato, quello del cambiamento climatico. Nel post precedente avevo parlato della mancata percezione dei rischi da parte dei cittadini, che non hanno nè informazioni chiare, nè (spesso) l’interesse ad andare in profonfità su questioni così cruciali. Ora, cercherò di introdurre alcuni elementi per comporre il quadro dell’inquinamento atmosferico, che è una delle principali cause dei cambiamenti del clima.

Partiamo dalle cause. Quasi tutti noi associamo l’inquinamento atmosferico principalmente agli scarichi dei mezzi di trasporto, in particolare “su strada”. Perchè?
- l’iconografia tradizionale dell’inquinamento atmosferico ha sempre utilizzato l’immagine della “cappa di fumo” come simbolo, contrapposto a cieli limpidi, prati verdi e spazi aperti. Col passare degli anni, la popolazione ha iniziato ad associare l’inquinamento atmosferico principalmente ai gas di scarico dei trasporti, e in parte a quelli delle fabbriche.
- per i motivi di percezione di cui parlavo, lo smog dei trasporti è un fenomeno visibile, tangibile. Vediamo i gas che escono dai mezzi e le cappe scure che avvolgono le metropoli più intasate. Molte città si sono dotate di monitor per proiettare le emissioni di Co2 in tempo reale: una bella idea, ma il rischio è di canalizzare l’attenzione solo su questa forma di inquinamento.
- le campagne di marketing delle case automobilistiche sono sempre più “green-oriented”. Il consumatore è portato a credere che acquistando auto dai consumi ridotti o, meglio ancora ibride o elettriche, il problema dei gas serra può essere risolto (quando invece si dovrebbero far volare meno aerei, come vedremo ora).

In realtà, come spiega questo post di Antonello Pasini, i trasporti non sono l’unico settore che contribuisce a incrementare le emissioni dei gas serra. Per la precisione, i trasporti incidono per il 30% sul totale della produzione di CO2, che è solo uno dei gas serra inquinanti (gli altri sono i solfati e le polveri, che permangono per minor tempo nell’atmosfera ma contribuiscono comunque all’inquinamento). Ad esempio, vi sono gas serra “micidiali”, come i clorofluorocarburi (CFC), probiti da diversi anni, ma i cui effetti negativi sul pianeta continuano a farsi sentire, in quanto hanno una lunghissima permanenza in atmosfera. Un’altra statistica ci dice che i trasporti in Europa contribuiscono al 19% delle emissioni di gas serra complessivi.

Inoltre, proprio per i diversi effetti provocati dai numerosi tipi di gas, anche all’interno dello stesso “contenitore” trasporti il peso dei vari tipi di mezzi è diverso. In scala abbiamo aerei, mezzi su strada, treni e navi. Addirittura, per la presenza di alcuni tipi di solfati, le navi avrebbero nel breve termine un effetto “raffreddante”.

Insomma, il quadro della situazione è abbastanza complesso. Queste ulteriori considerazioni, che cercherò di ampliare per avere un quadro più chiaro possibile, sottolineano come le automobili e i mezzi di trasporto su strada in generale sono soltanto una minima parte delle cause del cambiamento climatico. E, seppur le case automobilistiche stiano promuovendo forme di trasporto verdi e alternative (il mercato dell’elettrico sta prendendo quota), è necessario capire le altre cause di inquinamento atmosferico, come i settori dell’industria e del civile.

Riguardo al trasporto, segnalo una recente ricerca del Pew Center che attesta che con l’introduzione di motori ibridi e elettrici sarà possibile ridurre le emissioni di gas serra fino al 65%. Previa però, come affermavo nel post precedente, la necessità di una presa di consapevolezza del pubblico e l’adozione di comportamenti adeguati.

Categorie: Uncategorized
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.